L’uomo col cappello è tornato. Da solo, senza null’altro se non il suo copricapo e una scatola immaginaria piena di tutti i drammi del passato, temporaneamente chiusi a chiave, ma in attesa di deflagrare.
Dopo la prima stagione, in cui Justifiedsi è affermato come uno degli show più originali in circolazione, con Timothy Olyphant a definire figurativamente l’archetipo del pistolero in bilico tra dentro e fuori la legge, la seconda annata, di magistrale fattura, ha raggiunto livelli di sublime finezza nelle caratterizzazioni dei personaggi, nei loro archi drammatici e nel contesto sociale che ne è emerso. Nella terza, poi, l’eroe solitario di un tempo ha mostrato tutte le sue debolezze, messo alle spalle da troppi rivali (in primis se stesso) e lasciando intravedere una fiamma non più ardente come in passato. Si arriva così finalmente alla quarta stagione, in attesa di conoscere le sorti di Rylan e della contea di Harlan, con la speranza di una rinascita del protagonista, sempre più un eroe noir immerso in un paesaggio western.
– “You think this is the first time I’ve had a gun pointed at me?”
– “No. Could be your last though”
Dopo un breve prologo, di cui parlerò più avanti, si passa senza indugi alla presentazione del protagonista, evitando di caricare più del dovuto le attesa già altissime e mettendone in scena il corpo e il proverbiale carattere andando a pescare nel già noto, in modo da codificare una nuova familiarizzazione. In particolare, Raylan viene mostrato in tutte le peculiarità che lo contraddistinguono: understatement, self confidence, ironia tagliente, prontezza e abilità nell’uso della violenza. Tanto perentoria è la scelta di mettere in scena Raylan, quanto altrettanto posticipata è quella di riallacciarlo ai traumi della passata stagione, preferendo mostrare la velleitarietà di una consapevolezza priva delle sicurezze di un tempo, ma solamente autoimposta, quasi fosse una maschera atta a coprire il crollo delle dighe morali e sentimentali dell’eroe, le fragilità che già nel corso di questa premiere spuntano di sguincio, impossibili da neutralizzare completamente.
– “Open your eyes, Hiram, for you have been saved twice”
Come da manuale di sceneggiatura, alla presentazione di Raylan segue quella di Boyd, personaggio che col passare delle stagioni ha accresciuto progressivamente la propria complessità, alternando finte redenzioni a reali e tangibili aperture di smisurata umanità, soprattutto per via della famiglia allargata costruitasi, che vede in pole position la compagna Ava, emblema di tutte le sconfitte di Raylan, uno dei personaggi femminili meglio costruiti e più sfaccettati della recente televisione americana. A lei si affiancano il fratello Johnny, sodale alleato di tante battaglie, e soprattutto Arlo, figura paterna d’elezione per Boyd, ma padre biologico di Raylan, nonché seconda e cruciale coltellata al cuore per quest’ultimo. Tra esplosioni improvvise e follie di adamantina irrazionalità, citando senza soluzione di continuità la Bibbia e Asimov, Boyd entra nella stagione di gran carriera, accompagnato da un nuovo e misterioso alleato, per il quale il binomio follia/violenza non sembra per nulla out of character.
– “What the hell were you doing with a gun?”
– “Everybody’s got a gun”
Ciò che però sorprende più di Justified è la capacità di non affidarsi troppo ai suoi straordinari personaggi principali rischiando di lasciare indietro gli altri (per molti uno dei problemi di Homeland, ad esempio), ma viceversa di curare l’evoluzione dei main characters all’interno del ventre che li ha partoriti, valorizzando al massimo il contesto in cui agiscono e, di conseguenza, anche i personaggi secondari con cui si relazionano. Ciascuno di questi, anche quello con meno screentime, è portatore di un mondo, di una precisa presa di posizione verso la vita, nonché un tassello del mosaico sociale e culturale costruito da Justified. L’uso delle armi nel sud dell’America, l’arredamento dei bar, la concezione del sesso sono solo alcune delle componenti connotative della serie, raffinate vertebre di una stratificata narrazione. Emblematico, in quest’episodio d’apertura, è il personaggio del poliziotto Bob, rappresentativo di un’intera classe di common men che sognano di essere come i propri eroi, in questo caso incarnati da Raylan.
– “You run into an asshole in the morining, you run into an asshole. You run into assholes all day, you’re the asshole.”
Se dal punto di vista contenutistico e formale abbiamo sottolineato quanto questa premiere riesca a valorizzare le migliori ricorrenze dello show in modo da dare l’avvio a tutte le nuove storyline, il maggiore merito risiede però nella gestione della narrazione: la completezza di questa serie e ancor di più di quest’episodio sta nel bilanciare perfettamente tutte le sue anime, proponendo un “caso del giorno” interessante e avvincente, senza dimenticare tutti i running plot trans-stagionali e chiamandoli in causa ad ogni occasione. A questo va aggiunto l’avvio avvolto nel mistero di una delle trame di questa stagione, introdotta con un prologo di trent’anni prima riguardante il padre di Raylan (o qualcosa che con questi ha a che fare) e ripresa attraverso l’uso strumentale dei protagonisti dell’episodio, due innamorati in fuga, alla ricerca del cliché che va da Bonnie and Clyde a Bad Lands. Insomma, una lezione su come si scrive per la televisione.
Justified non poteva iniziare meglio di così, bilanciando particolare e universale, scrutando il fondo di ogni bicchiere di whisky e, al contempo, non mancando di offrire il proprio punto di vista sul mondo. Si tratta di una serie progressista e coraggiosa, che non ha il timore di mostrare una banconota falsa da un milione di dollari con un sermone scritto sul retro, affermare che proviene dalla chiesa e usarla per portare una razione di droga. Una premiere capace di mettere in scena tutti i pregi che hanno contraddistinto la serie fino ad oggi e al contempo dare avvio alla nuova annata fornendo tantissimi spunti e stimoli sul futuro.
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