
Che questa seconda stagione manchi di quella coesione che aveva caratterizzato la prima annata è piuttosto evidente, soprattutto perché mentre allora l’obiettivo era chiaro (liberarsi dalla maledizione grazie ad Emma e alla sua capacità di credere), ora si ha a che fare con le conseguenze di quell’incantesimo spezzato, ma manca un obiettivo comune che amalgami le puntate. Questo sta generando un effetto discontinuo che, a fronte di puntate abbastanza riuscite, offre episodi come questo “In the name of the brother”, in cui certe tematiche iniziano a scricchiolare e troppi dettagli vengono inseriti tutti insieme con la chiara esigenza di traghettare la storia verso un altro punto della trama.
You’re not gonna believe what I saw.
Già durante la puntata precedente era sembrato piuttosto artificioso l’arrivo di una macchina a Storybrooke proprio poco dopo aver introdotto il tema “cosa ne sarà di noi quando entreremo in contatto con il mondo esterno”; bastava già questo a spiegarci quale sarebbe stata la nuova direzione che la trama avrebbe intrapreso nei prossimi episodi, tuttavia gli autori devono aver sentito la necessità di sottolineare ulteriormente il concetto basando un intero episodio sulla vita in pericolo di Greg Mendell e sulla successiva rivelazione di “quello che avrebbe o non avrebbe visto”.

La realtà è che quando sin dall’inizio di una puntata (anzi, da quella precedente) si capisce dove si vuole andare a parare, allora c’è qualche problema di costruzione della trama: far vedere così chiaramente i fili della sceneggiatura è un errore molto grave, soprattutto alla luce di una prima stagione che si era tenuta quasi sempre lontana da questo tipo di meccanicismo.
After all, I’m doing the same thing

Oltre alle legittime domande sul loro precedente (ed inquietante) rapporto, che suscitano un discreto interesse, in questo caso abbiamo qualcosa in più: la necessità di spingere un personaggio (Gold) verso un certo punto (suo figlio) viene accelerata in modo più complesso e completo non solo grazie alla perdita di memoria di Belle (come ricorda Cora, “I want you… to find the one person in this universe who might still love you”), ma soprattutto grazie al patto proprio con la madre di Regina, vera perfida di questa stagione (interpretata da una Barbara Hershey terribile che non muove un muscolo facciale a pagarla).

Regina thought she was punishing us by erasing who we were.
But I think she underestimated how much crap we wanted to forget.
Il flashback relativo a Doctor Whale/Frankenstein, che ingloba gli avvenimenti già visti in “The Doctor” mostrandosi come inizio e continuazione di quella vicenda, presenta caratteri indubbiamente interessanti da un punto di vista tematico, ma per nulla avvincenti in termini di resa emotiva – complice un padre (Gregory Itzin, il famoso Presidente Logan in 24) assolutamente inadatto al ruolo.

Il tema della vita e della morte, inoltre, viene affrontato sotto un duplice aspetto: da una parte abbiamo un uomo (Mendell) che rappresenta una minaccia e della cui vita si discute in termini moralmente ambigui; dall’altra abbiamo un uomo (Frankenstein) che ricercava la vita e che ha trovato solo morte, finendo per di più a simboleggiare con il suo nome non l’evoluzione scientifica che avrebbe voluto rappresentare, ma la sua stessa creatura, collocata in un limbo tra la vita e la morte stessa.

La puntata, dunque, si rivela piuttosto incostante. A fronte di buoni spunti in termini tematici, troviamo delle scelte non particolarmente felici e un flashback non appassionante come molti suoi precedenti – senza contare che la presenza di Rumple e dei suoi patti in ogni sacrosanta storia del passato sta cominciando a stancare. Vedremo quanto le conseguenze di ciò che abbiamo visto in questo episodio sapranno staccarsi dai binari scontati in cui si stanno inserendo.
Voto: 6 ½
