
Già, un non-finale, perché è da qualche settimana che sappiamo del rinnovo per una seconda stagione, di nuovo da 15 episodi. Subito ci si è chiesti come sia possibile che questo tira e molla tra Carroll e Hardy possa continuare ancora per un anno, e ce lo chiediamo ancora, alla luce di quanto (non) è ancora successo dopo tre mesi di messa in onda.
The Curse non è da meno: in questa puntata si tenta un timido approccio a una tematica che è stata finora solo sussurrata, cioè i rapporti padre-figlio dei quali, appunto, si era solo accennato nelle settimane precedenti. Jacob, Joey, Parker e ora anche Hardy, tutti loro hanno avuto o stanno affrontando tuttora quelle daddy issues tanto care agli sceneggiatori americani: da Joey che è nel pieno dell’incubo di un rapporto che non può che avere ripercussioni sulla sua vita, fino ad arrivare ad Hardy, che ha visto morire suo padre, incolpandosi pure di quella morte.

Un peccato, perché il personaggio di Kevin Bacon ha enormi potenzialità, non fosse altro perché è interpretato da un ottimo attore: ed è proprio lui, nel dialogo serrato con James Purefoy, che dà un surplus alla puntata, altrimenti piatta e anonima come la maggior parte di quelle che l’hanno preceduta. Purefoy e Bacon, quando si incontrano, fanno davvero scintille e sembra ci sia una nuova luce sulla serie: peccato che questi avvenimenti si possano contare sulle dita di una mano e che i due siano circondati da attori che è meglio non giudicare (come Warren Cole, Roderick, sempre con quel sorriso mal riuscito stampato sulla faccia).

Se avessero girato 15 episodi in una stanza con Carroll e Hardy a discutere della vita e delle implicazioni morali che comporta l’uccidere una persona – seppur nel “giusto”, come capitò ad Hardy a 17 anni – la serie sarebbe stata sicuramente di un altro livello.
Fa sorridere come gli autori tentino di farci sobbalzare sulla sedia con il finale “a sorpresa”, con Roderick che entra in contatto con Parker e Hardy: sorvolando sul fatto che allo spettatore non faccia né caldo né freddo, Hardy dovrebbe riconoscerlo in breve tempo, dato che Weston gli ha appena fatto vedere l’identikit.

A The Following manca quindi il mordente che sembrava avere dopo il pilot: riuscirà a ritrovarlo nei prossimi tre episodi finali? Speriamo di sì, anche se l’impressione che abbiamo è del tutto contraria.
VOTO: 5

a parte il dialogo Ryan/Joe, c’è davvero tanta tristezza. E concordo sulla faccia da schiaffi di Roderick!
io capisco che la contemporaneità rifiuti la tradizionale predominanza dei buonibellissimichevinconosempre sui cattivibruttichedevonoesserepuniti, complicando un po’ le cose. è che qui stiamo esagerando. è troppo, io a sto punto rivoglio indietro un bel supereroe che schiaccia il viscido cattivo. sono soppraffatta da agenti dell’fbi che muiono a manciate di morti imbarazzanti e detective rachitici e disperati sempre un passo indietro e odiati da (quasi) tutti. perchè il cattivo deve essere non solo il più bello ma anche il più intelligente, il più sensato, il più forte e il più amato?
è così bella la dialettica! non è che se lo chiami the following poi sia proprio necessario che uno rincorra l’altro dall’inizio alla fine, senza fine, per non correre il richio di andare fuori tema. al pubblico piacciono i colpi di scena, quelli brillanti, quelli che – babam – ti colpiscono e ti solluccherano. qualcuno dovrebbe buttargliela lì agli sceneggiatori della suddetta.