
Le righe testé scritte non c’entrano nulla con Mad Men – o quantomeno lo intercettano in maniera strumentale e funzionale, come vedremo – bensì riportano la trama di Dietro la porta chiusa, film di Fritz Lang del 1948, tra i meno conosciuti del “periodo americano” dell’autore, ma sicuramente tra i più fervidi di suggestioni. Tra queste c’è anche la possibilità, estremamente arbitraria e retrospettiva, di utilizzare il lungometraggio come chiave di lettura di “Collaborators”, terzo episodio della sesta stagione di Mad Men. “Dietro la porta chiusa” potrebbe essere il titolo di questa puntata, dove molte delle questioni affrontate nel film di Lang si presentano come architravi narrativi: la porta chiusa è quella che nasconde e protegge i segreti di tanti personaggi; una soglia attraverso la quale non si può guardare (con alcune eccezioni), né tantomeno passare; un limite invalicabile alle spalle del quale ci sono tanto i traumi infantili quanto i segreti più reconditi; la rappresentazione simbolica dell’artificialità dei comportamenti pubblici e al contempo il tramite per la soddisfazione di piccoli desideri quotidiani.
“And you enjoy how foolish they both look”

“This didn’t happen”

Straordinaria da questo punto di vista la scena che vede Don e Sylvia soli a cena, alternata con le immagini di ciò che accadrà di lì a pochi minuti attraverso un montaggio parallelo, cioè la fuga dei due in camera da letto e il relativo amplesso. La messa in scena di Jon Hamm s’impone anche nel finale dove va a chiudere il cerchio con un flashback, speculare a quello di inizio episodio, atto a mostrare le radici del rapporto di Don con le donne, offrendo delucidazioni sul perché questi, al termine del tempo passato con Sylvia, le dia dei soldi come se fosse una prostituta, benché da quest’ultima siano percepiti come un gesto di generosità al quale fa comodo non ribellarsi. I flashback mostrano l’adolescenza di Don passata in un bordello con la matrigna, prostituta di mestiere che lo ha lasciato per gran parte del suo tempo abbandonato a una vita in cui le uniche donne viste sono le prostitute spiate dal buco della serratura dietro una porta chiusa; un accumulo di esperienze che fa luce su molti dei problemi di Don con l’altro sesso, al cui proposito l’inquadratura finale dell’episodio mostra la difficoltà della sua condizione in tutta la sua lacerante sofferenza.
“I refuse to be a failure”

La rappresentazione dello stato dell’arte della coppia Pete-Trudy è centrale in “Collaborators” e riserva al personaggio interpretato dalla bellissima Alison Brie (troppo poco sfruttata in passato) la parte della mattatrice, grazie a una scrittura mirata a mettere a fuoco tutte le contraddizioni del loro rapporto. Proprio come accade per la coppia Don-Megan, Pete tradisce la moglie con una donna che risiede nello stesso condominio, ma a differenza di Megan (per ora) Trudy scopre il tradimento. Le porte in questione anche stavolta sono molteplici e quella di casa Campbell è sicuramente la principale, dietro la quale si nasconde la mistificazione dell’apparente felicità della coppia, in realtà totalmente scoppiata, suggellata dal secondo appartamento, quello in città, dove Pete può consumare separatamente le proprie relazioni extraconiugali. L’altra porta, e strettamente collegata alla prima, è quella che separa la dimensione pubblica da quella privata, specie nella prospettiva di Trudy: una volta scoperto il tradimento, quest’ultima preferisce ricattare fino in fondo suo marito e stabilire da sé ogni tipo di condizione piuttosto che chiedere il divorzio, che sarebbe per lei foriero di derisione in quanto tradita con una persona appartenente al suo stesso quartiere, ed espropriata così della sua dignità
“Your friend’s mistake was underestimating you”

Sia grazie alla terminologia usata sul lavoro nella premiere, sia grazie agli atteggiamenti assunti in questo episodio, si intuisce che Peggy è diventata Don. Da tempo ormai accertata come un vero cavallo di razza, Peggy è una mosca bianca, una professionista contesa e contendibile da tutti, una di quelle che farebbe crescere smisuratamente qualsiasi asta. I punti di tangenza col suo ex boss iniziano a diradarsi con la progressiva convinzione che, a differenza di Don, Peggy ha un bagaglio esperienziale simile a una vera e propria scalata sociale partita dal gradino più basso, quello della segretaria. Per questo motivo, sebbene in tanti comportamenti ricordi Don, manca di quell’autoritarismo di draperiana memoria, sostituito da una sensibilità tutta femminile. Chiusa la porta dell’ufficio personale di Peggy c’è però la sua forma maggiormente umana, quella nella quale emergono le insicurezze e il bisogno d’affetto, condensatesi attraverso il rapporto telefonico con l’ex-sottoposto Stan (la sua barba è sicuramente la notazione estetica principale della stagione), amico e valvola di sfogo di una condizione che ai successi personali affianca una solitudine di quasi totale radicalità. L’accesso di Ted, capo e ammiratore, all’ufficio di Peggy, e quindi l’intrusione nella sua dimensione privata, è carico della consapevolezza che la presenza di Peggy nella sua agenzia, così come la sua fedeltà, potrebbe essere meno solida di quanto pensasse e pertanto cerca di tenerla stretta puntando sul fronte più sensibile della donna, il suo orgoglio. Iniettare nella sua pubblicitaria preferita il sospetto che il suo ex-collega, nel confessarle le vicende che accadono alla SCDP, la stia sottostimando, può essere una mossa efficace e finalizzata all’obiettivo di evitare una potenziale fuga della donna.
“Something about that guy makes me sick”

Herb: “I know there’s a part of you that’s glad to see me”
Joan: “And I know there’s a part of you you haven’t seen in years”
E’ un episodio in cui Mad Men era chiamato alla più classica delle prove del nove dopo la straordinaria premiere e in cui è riuscito a dimostrare di poter mantenere l’altissimo livello con cui ha inaugurato la sesta stagione.
Voto: 9

ottima recensione.
la puntata però mi è piaciuta un po’ meno rispetto alla premiere, e me l’aspettavo: c’era veramente molto nelle prime due, e questa terza è – giustamente, secondo me – un po’ “meno piena”.
Al primo sguardo l’atteggiamento di Don mi era sembrato un po’ in contraddizione con quello della premiere (se lì prevaleva il senso di condanna, qui lui ci si butta proprio a capofitto, con una consapevolezza diversa), e in questo senso credo siano stati molto utili sia quel finale che i flashback.
Tuttavia, i flashback sono stati salvati in corner secondo me: quella loro ciclicità a inizio e fine è stata la mossa giusta, in alternativa avremmo avuto un effetto didascalico che personalmente non amo.
Quindi insomma, ci ho messo un po’ a capire dove si volesse andare a parare e per me il risultato è molto buono, ma non eccellente.
Voto mio: 7/8
Grazie!
Sicuramente il fatto di essere tornati al formato standard rende quest’episodio “meno pieno”. In rapporto al tempo disponibile non solo c’è tantissimo materiale (e altrettanto di cui non sono riuscito per motivi di spazio a parlare), ma come da manuale per un ottimo secondo (o terzo che dir si voglia) episodio, va in profondità su alcuni questioni accuratamente selezionate e inizia a sviscerarle. La coppia è una di queste, non solo nell’analisi dei rapporti Don-Megan e Pete-Trudy, ma anche nella comparazione tra le due vite matrimoniali.
Il metodo è ancora più evidente per quanto riguarda la condizione di Don: se nella premiere il protagonista veniva avvolto da quello che giustamente chiami il senso di condanna, in questo caso la lente di ingrandimento posta dagli autori e dalla regia di Jon Hamm tenta di porsi almeno in parte dall’altra parte, entrando e uscendo dal punto di vista del personaggio, sia rispetto al rapporto con Sylvia, sia, più in generale, rispetto a quello con le donne in generale. In questo caso rientra a gamba tesa anche la dimensione lavorativa, anch’essa influenzata dal rapporto con le donne (Joan) e dal senso di colpa per le vicende della passata stagione che si accumulano a un senso di colpa da espiare di dimensioni cosmiche ormai dopo cinque stagioni.
Il doppio flashback potrebbe a prima vista sembrare il didascalico spiegone causa/effetto, ma per chi conosce Mad Men sa che le cose sono molto più sottili e che, sebbene dia elementi in più sui traumi di Don, questi sono talmente vari e complessi da rendere i flashback opportuni, ma non certo esaustivi o semplificanti.
Niente in Mad Men è come sembra, o meglio nulla è spiegabile nel modo più prevedibile, semplice o manicheo, e l’attuale condizione di Don ne è l’emblema. “Questo non è mai avvenuto”, continua a ripetere, quasi a voler rimuovere la sua colpa, ma poi al tavolo con Sylvia sembra essere determinato a dimostrare di avere le idee chiare su loro due. Ben lungi da essere una contraddizione narrativa, questa è una fotografia dello sbando e dell’indecifrabilità dell’attuale momento di Don Draper.
Detto questo, sto contando le ore che mi separano da domani 🙂