Anticipata da due eccellenti episodi, che avevano il compito di focalizzare l’attenzione dello spettatore sul ritorno on screen di Jessa e sulla rappresentazione delle nuove dinamiche che regolano l’unione tra Adam e Hannah, She Said Ok è l’occasione per riunire in un unico luogo tutti i personaggi che hanno popolato fino ad ora il mondo di Girls.
Come nell’ariostesco palazzo di Atlante, i protagonisti finiscono vittime dei loro stessi fantasmi, costretti a rincorrere l’immagine inafferrabile di un recente passato che idealizzano.
“What did you do?”
Girls è il racconto seriale di un mondo popolato da figure che convivono con un costante senso di inadeguatezza; più che il ritratto di un’intera generazione è la rappresentazione di un universo narrativo autonomo che vive attraverso ledistorsioni ossessive e le idiosincrasie della sua creatrice. La via che sta intraprendendo la serie è quella della narrazione di un’odisseaindividuale interminabile, che viene mitigata solamente grazie ad una New York sempre più palcoscenico di distrazioni e illusioni che accecano la percezione della realtà e dilatano la sensazione di un effimero benessere. La parabola discendente delle quattro protagoniste femminili, a cui abbiamo assistito nel corso delle prime due stagioni, è stata sviluppata tramite un lento e graduale dissolvimento di certezze e ambizioni; l’inizio di questa terza stagione invece ci sta mostrando quello che possiamo ancora scorgere tra le macerie.
“Doesn’t she? I keep telling her she could look like this every day if she wanted.”
Marnie, ossessionata dalla fine della relazione con Charlie, è intenta a cercare di ricreare quell’amicizia con Hannah che sembra ormai essersi dissolta a causa dei dissapori creatisi tra le due durante la scorsa stagione. La performance canora in cui la giovane ragazza coinvolge Hannah, invece che un momento di condivisione, si rivela come l’ennesimo sintomo di un rapportoormai logorato da incomprensioni e da una forte rivalità. Marnie si ritrova continuamente a cercare di sminuire le doti dell’amica, cercando allo stesso tempo di smarcarsi da quello stato di passività e impotenza in cui ormai è stata relegata dalla fine della relazione con Charlie e di cui subisce ulteriormente le conseguenze a causa del sostanziale fallimento delle sue ambizioni lavorative.
“It’s simple, Ray. Don’t hit anyone, don’t shtup anyone, clean so that rats don’t get tempted, and you got yourself a business.”
Fallimento è invece una parola che è sempre stato possibile associare al personaggio di Ray. Il nuovo ruolo di responsabile di un locale che porterà il suo nome lo mette finalmente di fronte a responsabilità organizzative che potrebbero rappresentare una svolta positiva per il suo futuro. Ray è un personaggio che nasce come un dichiarato omaggio verso la commedia metropolitana alleniana ed è l’unico tra i protagonisti della vicenda per cui la creatrice di Girls sembra provare un sincero e compassionevole affetto, permettendo che l’interferenza morale dello spettatore possa diventare attiva e partecipativa. Il lungo e imbarazzante dialogo con Shoshanna e la successiva umiliazione subita da David, l’editore dell’e-book di Hannah, arricchiscono la dimensione tragica del personaggio di ulteriori e fondamentali tasselli. Quando durante il party per il compleanno di Hannah la DJ interrompe il brano musicale dei Smashing Pumpkins che il ragazzo aveva richiesto, la sua reazione sconsiderata e insolitamente violenta non è altro che un modo per certificare le sue enormi difficoltà nell’accettare la prematura e imminente morte dell’amico Hermie e la fine della relazione con Shoshanna (“it’s not fair to end things in the middle”).
If I can’t trust you then damn it, Hannah There’s no future, there’s no answer. Though we live on the US dollar, You and me, we got our own sense of time. (Vampire Weekend, Hannah Hunt)
L’apparente stabilità raggiunta dalla coppia Hannah-Adam, costruita o reale che sia, è uno di quei punti fermi che costituiscono la spina dorsale su cui si regge l’intera architettura della stagione. L’inserimento forzato della sorella di Adam, Caroline, nell’ambiente casalingo non può che destabilizzare l’equilibrio della loro relazione sentimentale. L’instabilità mentale del personaggio interpretato da Gaby Hoffman attrae fatalmente la personalità di Hannah, causandone un atteggiamento solidale che entra in collisione con la visione della sorella fornita da Adam (“she destroys everything in her wake. I know her better than you do. She can’t stay“). Ancora una volta il frammento conclusivo dell’episodio riesce, senza esplicitarlo, a gettare delle ombre sul futuro della coppia: mentre in Truth or Dare il finale di puntata poneva l’accento sulla natura ossessiva del sentimento di Adam nei confronti di Hannah (lo sguardo tramite lo specchietto retrovisore dell’abbraccio tra Hannah e Jessa riusciva a sottolineare alla perfezione la paura di Adam di perdere l’esclusività del loro rapporto sentimentale), il breve dialogo che chiude She Said Ok può essere un’ironica presa di coscienza della pericolosità della presenza della nuova coinquilina, ma allo stesso tempo anche una rappresentazione dei timori di Hannah nei confronti del materiale genetico del suo nuovo compagno.
Girls è ormai uno show che è riuscito ad avere un impatto a livello globale (la Hbo ha addirittura anticipato il rinnovo della serie per una quarta stagione, anche prima della messa in onda del primo episodio del 2014) perché Lena Dunham ha avuto l’abilità di creare un universo riconoscibile ed esportabile anche attraverso altri medium – come nel baumbachiano commercialdiretto dalla regista di Tiny Furniture per Rachel Antonoff – che riesce a coniugare alla perfezione comedy e drama. L’inizio di stagione non fa che confermare con decisione la grande crescita e consapevolezza artistica della sua creatrice: She Said Ok si mette in mostra per la solita raffinatezza espositiva coniugata ad una maggiore attenzione allacoralità che sembra caratterizzare questa terza stagione, in contrapposizione alla Hannahcentricità della precedente. In proiezione futura potrebbe essere significativo il piccolo elemento di rottura rappresentato dall’elemento del sangue, che nella corso della puntata ricorre per ben due volte (in maniera inquietante nella scena con protagonista Ray, in cui David cerca di abbracciarlo pur vedendone il volto ricoperto) e che potrebbe rappresentare una piccola svolta realistica del prodotto.
Condivido la tua analisi sulla serie e sulla “parabola discendente” delle protagoniste, che mi trasmette sempre più una sensazione di amarezza, puntata dopo puntata.
La Dunham racconta situazioni esistenziali talmente desolanti, pur nella loro veste di “apparente normalità”, che alla fine della visione devo prendere una boccata d’aria. Se tutti i ventenni fossero come i protagonisti di Girls, l’umanità sarebbe probabilmente condannata… Spero in una luce in fondo al tunnel, o in maggiori sprazzi di ironia perchè, sebbene condivida il tuo voto sulla serie, i livelli di pesantezza sono allarmanti.
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La Dunham racconta situazioni esistenziali talmente desolanti, pur nella loro veste di “apparente normalità”, che alla fine della visione devo prendere una boccata d’aria. Se tutti i ventenni fossero come i protagonisti di Girls, l’umanità sarebbe probabilmente condannata… Spero in una luce in fondo al tunnel, o in maggiori sprazzi di ironia perchè, sebbene condivida il tuo voto sulla serie, i livelli di pesantezza sono allarmanti.