Girls continua il suo racconto aggiungendo un altro tassello al mosaico generazionale protagonista della serie: questa settimana lo show affronta con molta attenzione un argomento, la morte, indagando le reazioni dei giovani protagonisti con la speranza di vederli andare in profondità per far scaturire un discorso più articolato – ascoltandoli più da spettatore esterno che da burattinaio onnisciente.
La morte non era mai stata al centro delle discussioni, che in questo episodio si fanno interessanti più perché inedite che per la loro originalità. Questo tema fa da filo conduttore a tutta la puntata e riunisce le esperienze e i pensieri delle ragazze e di Adam, che in un modo o nell’altro si aprono a riflessioni potenzialmente costruttive che però sfortunatamente non hanno questo esito. Il difetto di Girls è che il confine tra il racconto sincero e la satira sociale è molto labile e spesso le due modalità narrative si fondono; così anche in Dead Inside non si capisce fino in fondo dove la riflessione sia autentica e dove inizi la commedia; è poco chiaro se i pensieri di Hannah e delle sue amiche siano reali o parodistici e non si capisce se la loro riflessione sulla morte sia sincera o portata al volutamente limite.
I just hope when I die that I don’t see it coming. I hope I’m already dead, and then five minutes later, I’m like, “What the fuck just happened?”
Punto forte della puntata invece è stata la costruzione narrativa: vediamo al centro Hannah ed intorno a lei tutti gli altri personaggi, che si trasformano in tanti grilli parlanti, come se fossero delle coscienze extracorporee della ragazza che, intavolando un discorso con lei, cercano di farle provare un qualsiasi sentimento e di portarla verso una riflessione sull’argomento. Per far funzionare questo meccanismo il rapporto di Hannah con la morte deve essere quello più deludente. Lei non ha mai affrontato una perdita, non sa come reagire e si comporta come al solito, mettendosi al centro dell’attenzione: il suo editore è morto, ma lei si dispera più per l’ebook che per la triste sorte dell’amico. La sua è la posizione più cinica di tutte, perché, pur capendo la gravità della situazione, parla comunque solo del suo futuro lavorativo, senza andare in profondità.
Discute con Jessa, ma lei la asseconda: “Yeah. Hannah, it’s something that happens. It’s like jury duty or, you know, floods.” Jessa rappresenta la parte più disincantata e più razionale di Hannah, che infatti la sostiene e le dà ragione. Affronta la morte in modo scientifico e laico, cercando anche di allargare il discorso senza successo: infatti quando vuole far crescere il livello della conversazione parlando della sua teoria temporale, viene interrotta da Adam, che cattura l’attenzione di Hannah con una vecchia foto di Tom Hanks. Il rapporto di Jessa con la morte è molto distaccato ed anche durante la chiacchierata con Shoshanna sembra interessata, ma in verità non ascolta una parola che esce dalla bocca della cugina.
Are you feeling anything?
Adam incarna il lato più umano di Hannah, la scuote puntando ad una presa di coscienza. Arriva anche a sgridarla: “Well, they probably weren’t thinking about your book, Hannah, and I pretty much can’t believe you areeither”per farle capire quanto sia insensibile e distante. Anche la sorella del ragazzo cerca di farle provare qualcosa, inventandosi una storia strappalacrime, che però non ha i risultati sperati. Conclusa la puntata, Hannah non è cambiata, non è migliore né peggiore: Girls, pur raccontando la vita, non pretende di avere un fine pedagogico, non vuole insegnare niente a nessuno, vuol solo raccontare. Anche parlando di morte, non dà giudizi di valore, tutte le posizioni sono legittime e tutti i punti di vista vanno rispettati.
Uno degli aspetti più interessanti di questo episodio è la superficialità voluta che aleggia su ogni scena; va bene non dire cosa sia giusto e cosa no, è legittimo non indicare un unico modo in cui ci si deve comportare in una situazione del genere, ma la Dunham non ha voluto neanche alzare il tiro, interrompendo ogni tentativo di scendere in profondità, ogni discorso che sarebbe potuto andare oltre alla banalità di un “la morte è naturale” o “perché non ti dispiaci di più”. Non ce lo dice esplicitamente, ma dal quadro che ne esce sembra che la morte sia troppo per i protagonisti e che anche in un contesto adatto ad un certo tipo di riflessioni queste non vengano a galla.
Per concludere si deve puntare l’attenzione sull’espediente usato in questa puntata: la finta coralità di Dead Inside permette di concentrarsi su Hannah pur coinvolgendo tutto il cast, che però è ancora esclusivamente a suo uso e consumo. Lena Dunham è stata capace di allargare la visuale, senza però perdere il focus sulla protagonista indiscussa. Se nelle scorse puntate spesso i personaggi secondari neanche apparivano, ora ci sono tutti, dando al racconto un respiro più ampio e permettendogli uno sviluppo più completo, toccando ogni personaggio anche se di striscio. Se l’attenzione si vuole mantenere fissa su Hannah, questo metodo è il più giusto per non sfociare in un one woman show che, per quanto carismatica sia la protagonista, stancherebbe molto presto.
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