
Tutto e niente: l’unica possibilità è prendere spunto, preferibilmente dall’originale in forma scritta, e costruire una storia indipendente, che possa adattarsi alla forma televisiva e, come scelto in questo caso, al genere comedy.
“About a Boy”, romanzo del 1998 di Nick Hornby, racconta le vicende di Fiona e Marcus, madre e figlio, che per una serie di bizzarre circostanze entrano nella vita di Will Freeman, scapolo incallito con il vizio di inventarsi figli inesistenti per conquistare giovani e affascinanti madri.

Il problema non è dunque riadattare un certo materiale con un modus narrandi diverso: chi si aspetta da un film o da una serie tv un’aderenza perfetta al romanzo originale sbaglia, perché le differenze sono inevitabili, ancora di più se si cerca di creare da un libro un’intera serie televisiva, che inevitabilmente toccherà altre tematiche e finirà per vivere di vita propria.
Il problema di questo pilot, tuttavia, è che prende ispirazione quasi unicamente dal film, mettendone in scena in soli 20 minuti una versione ridotta che finisce, inevitabilmente, per appiattire qualunque caratteristica particolare della storia e dei personaggi. Si sente insomma l’urgenza di farci entrare immediatamente nel cuore della vicenda, come se la serie volesse lasciarsi alle spalle un’eredità pesante e partire sin da subito con idee proprie.

La nascita del rapporto tra Will e Marcus, tra un trentenne mai cresciuto e un ragazzino in cerca di una figura paterna, in questo pilot è stata banalizzata e mai davvero creata: non c’è difficoltà, non c’è contraddizione, perché l’uomo accetta praticamente sin da subito il ragazzino, nonostante i presupposti sembrassero dirci l’esatto contrario. I loro stessi personaggi vengono appiattiti e resi bidimensionali: Marcus è un ragazzino troppo solare e troppo “normale” per poter essere rappresentato come quello sempre preso di mira a scuola, e con lui il pilot fa l’errore più grande, perché usa lo stesso contesto del libro ma con un personaggio che con quelle vicende ha pochissimo a che spartire.
Will viene allo stesso modo banalizzato: c’era una profondità nell’originale di Hornby, e perfino in quello interpretato da Hugh Grant, che era data proprio dal suo essere in sostanza un nullafacente: può sembrare una contraddizione, ma il vuoto della vita di Will – e il peso dell’eredità lasciatagli dal padre con le rendite della canzone natalizia, la cui creazione viene qui senza alcun motivo apparente affibbiata proprio a lui – era esattamente ciò che creava i presupposti per comprendere il suo comportamento. Il Will televisivo, spogliato di qualunque spessore, compie però le medesime scelte dell’originale, dando come risultato un’immagine di sé sciocca e vacua: un uomo che finge di avere un figlio (con l’aggiunta in questo pilot della malattia) risulta un completo deficiente se non è dotato di un background sensato, che conferisca magari non una giustificazione ma di sicuro un contesto adeguato per le sue azioni.

Intendiamoci: il libro di Hornby non è una pietra miliare della letteratura; a dirla tutta – ma qui il giudizio è personale – non è nemmeno uno dei migliori dello stesso Hornby. Il film ha avuto delle grandi pecche, ma se non altro ha cercato di attenersi allo spirito dei personaggi che erano stati creati. Tuttavia questo pilot sembra davvero compiere solo scelte sbagliate, tenendo ciò che si poteva cambiare e attuando svolte laddove queste non dovevano essere prese: trasformare un libro del genere in una comedy non può e non deve significare rendere superficiali i nodi fondamentali della narrazione.

L’unico aspetto positivo di questo pilot è, come dicevo all’inizio, l’essersi messi alle spalle l’eredità se non altro del film. Da qui in poi sarà possibile creare una storia autonoma, forse un racconto migliore e più adatto a questi personaggi, che con gli originali condividono solo il nome.
Ma il pilot, se preso singolarmente e non analizzato con il senno di poi, fallisce tutti i suoi obiettivi.
Voto: 4/5
