
Questa prima metà di stagione ha visto il personaggio di Boyd Crowder al centro dell’equazione e dell’azione. Per lui (e per noi), il tanto sperato ricongiungimento con Ava dovrà slittare ancora un po’ e la ricerca di un modo per farle attraversare le sbarre inizia ad essere davvero un miraggio; in più, un personaggio come il suo comincia davvero a stare stretto in quel completo anonimo e incolore da detenuta. Per sopportare meglio il suo assenteismo dalla vita esterna, però, il buon Yost ha deciso che è giunto il momento di costruirle un mondo interno e legato strettamente ai movimenti di Boyd. Facciamo quindi la conoscenza di un energumeno filo-nazista, tale Gunnar, che risorge da altri memorabili tempi della vita di Mr. Crowder. Peccato che la purezza della razza venga prima dei soldi e della solidarietà femminile, perché Ava si troverà prontamente nei guai, nonostante la bontà delle intenzioni del suo fidanzato, proprio a causa della poco raccomandabile Gretchen – sorella di Gunnar e deputata, teoricamente, alla protezione della bionda di Harlan.

Famiglie che si separano, famiglie che si ritrovano, famiglie il cui destino sembra quello di rimanere separate per sempre: i Crowe sono stati, sin dall’inizio della stagione, la migliore delle novità. Introdotti da un vecchio personaggio come Dewey, perseverano nella convinzione di poter piantare le tende in Kentucky; ma al loro interno continuano a collezionare segreti e future rotture, anche queste in attesa di tornare come vecchi fantasmi – su tutti, l’omicidio di Baptiste, che Danny non ha certo intenzione di rivelare a Darryl. C’è sempre il nucleo “familiare”, nel senso più esteso possibile, al centro delle vicende di Justified: legami, anche non sempre di sangue, ma che crescono sottilmente, senza tante parole o visibile retorica. Oppure nascono e si sviluppano nell’opportunismo, nell’invidia, nella sopraffazione a qualsiasi prezzo. E sono proprio le peggiori intenzioni a far nascere le migliori delle società: ecco perché questo asse (anche se momentaneo) funziona così bene e diventa il vero motore della puntata. Quando Boyd entra nel covo “dei fratelli di Hitler” e Darryl distrugge Gunnar, c’è poco altro da chiedere alla puntata, se non un ritorno di fiamma finale: Darryl Crowe, Jr. I want you to help me kill my cousin Johnny.

Così, corollari di questo inevitabile scollamento del vertice, saranno gli altri due dialoghi di Raylan con Alison e Rachel. La prima, vittima del bullismo dell’odioso Danny, si ritrova a condividere con il Marshall uno dei pochi momenti-verità con lui e su di lui, come poi farà anche Rachel: è dalle sue parole che emerge con forza quell’aria di famiglia di cui sopra. Ormai la serie funziona come un grande apparato di personaggi principali riconoscibili, ben caratterizzati e con un ruolo ben preciso; per questo non serve infarcirli di situazioni troppo autoriflessive e personali: dalla loro coralità, emerge anche il singolo. Ma quando ci sono le rare occasioni in cui tutto si ferma e le parole si fanno sussurrate, si chiarisce ancora una volta quanto ogni cosa, di qualsiasi genere o natura, riesca sempre a funzionare al meglio e senza forzature o sbavature.
Kill The Messenger è un episodio meno d’impatto del precedente e sicuramente il più lento fino a questo punto della stagione. Come già detto e ripetuto per le passate puntate, sarà ancora un lavoro di preparazione: ma anche ad avere un’intera stagione così, difficilmente ci si troverebbe alla fine a lamentarsi del risultato.
Voto episodio: 8



