Inizierà il 27 febbraio la seconda stagione di Vikings, una delle sorprese televisive dello scorso anno, con la quale History Channel ha fatto il suo esordio nel mondo seriale. Perché guardarla? Ve lo spieghiamo (senza spoiler) noi.
Il network “educativo” per eccellenza ci ha portati un anno fa nel mondo e nella mitologia norrene, grazie ad un prodotto che mischia un intrattenimento semplice, ma efficace, con una cura maniacale dei dettagli che strizza l’occhio al documentario (del resto, è pur sempre History Channel).
La confezione iniziale con cui Vikings si presenta al pubblico può facilmente trarre in inganno: nato in concomitanza con la fine di Spartacus, le similarità tra le due serie sono molte, a cominciare dalla volontà di narrare la storia di un eroe leggendario realmente esistito (in questo caso, Ragnar Lothbrok), le cui gesta, però, si perdono ormai tra Storia e Mito. Entrambi rivoluzionari dei loro tempi, se uno era mosso dalla seta di libertà, l’altro invece non riesce a porre freno alla sua sete di conoscenza, che prima lo metterà in contrasto con i poteri che lo tengono legato al suo villaggio e poi lo porterà dove il popolo vichingo mai avrebbe osato spingersi. Se a questo uniamo un cast che fa della fisicità e dell’avvenenza (il protagonista è l’ex-modello Travis Fimmel) uno dei principali punti di forza, il sospetto che History Channel volesse “clonare” la confezione della fortunata serie del canale Starz era più che legittimo.
Niente di più sbagliato. E lo si capisce subito fin dal pilot. Violenza e sesso sono ben presenti (e mai gratuiti), ma forniscono solo il giusto divertissment per una serie che, ancor prima che narrativa, andrebbe definita “immersiva“: l’estremo descrittivismo (talvolta un po’ didascalico) con cui usi, costumi e tradizioni vengono raccontati nei minimi particolari, ingloba infatti lentamente lo spettatore in questo mondo selvaggio in cui uomo, natura e dei si fondono in un’unica cosa. Insomma, nonostante un’introduzione che potrà sembrarvi un po’ tediosa, aspettate due o tre episodi e vi assicuriamo che sarete vichinghi anche voi. Merito non solo dell’attenta ricostruzione storica, ma anche dell’abilità con cui gli autori presentano personaggi che, ripercorrendo in maniera efficace i classici topoi della narrativa epica, risultano subito d’impatto e facilmente accessibili allo spettatore (compreso il villain di turno, interpretato da un ottimo Gabriel Byrne).
Se quindi l’inizio soffre di poco ritmo e di una tendenza documentaristica a tratti forse eccessiva, è a partire dal terzo episodio, quando narrazione e descrittivismo trovano il perfetto equilibrio, che Vikings sale di livello e si impone davvero all’attenzione dello spettatore, rivelandosi un prodotto non solo ben realizzato, ma anche originalissimo nel suo genere: complice, infatti, anche una gestione temporale della storia abbastanza azzardata, in cui in uno stesso episodio passano talvolta settimane, se non addirittura mesi, caratteristica peculiare della serie è quella procedere con uno stile spesso onirico/visionario, che esalta il profondo legame del popolo vichingo con la natura selvaggia che li circonda e con gli dei della loro religione (in un modo per certi versi simile al sottovalutato film Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn, futuro regista di Drive e Only God Forgives).
E se questo, all’inizio, viene solo accennato in alcune sequenze (si veda, come esempio, la scena del Ragnarök), prende poi il sopravvento sul finale, come dimostra l’ottavo episodio Sacrifice (forse il migliore), interamente dedicato ai rituali nel tempo di Uppsala e impreziosito dalle musiche della band folk-ritual dei Wardruna. Tra preghiere, allucinazioni e sacrifici di sangue (e qualche droga naturale), la puntata esalta la componente visionaria della serie, elemento che, scommettiamo, diventerà presto ancora più elaborato ora che il pubblico ha dimostrato di gradire. Lo spettatore si perderà presto in questa atmosfera di misticismo e paganesimo, tanto che il rapporto più interessante tra i personaggi diventerà quello tra Ragnar e il pastore cristiano Athelstan, rapito in una delle razzie dei vichinghi e fatto schiavo. I contrasti religiosi ma anche la curiosità reciproca rappresentano gli elementi forse più interessanti e ambigui della serie stessa.
Non è un caso, del resto, che al timone ci sia Michael Hirst, creatore a suo tempo de I Tudors. Anche lì, lo sceneggiatore si era progressivamente allontanato dalla confezione pruriginosa della serie Showtime, per tentare nelle ultime due stagioni un discorso più maturo (riuscito, però, solo a tratti) sulle guerre di religione, il fanatismo e il potere che unisce e allo stesso tempo distrugge. Le stesse tematiche, Hirst le inserisce in Vikings, inserendo nel personaggio di Ragnar un’oscura ambiguità (simile, per certi versi, a quella di Enrico VIII), che porta il protagonista a muoversi costantemente tra ideali nobli ed egoismi e ambizioni personali, nella convinzione di essere il “prescelto” degli dei e di Odino in persona. Sicuramente, sotto questo aspetto, i temi di Hirst hanno trovato una migliore e più adeguata collocazione.
Seppur con ancora dei difetti da correggere (qualche salto temporale troppo brusco e degli eccessi di didascalismo da limare), Vikings si è attestato come una delle novità più interessanti del panorama televisivo, una serie diversa dalle altre e che quindi ha il merito di non passare inosservata come molti suoi simili. Nell’attesa e nella speranza che la seconda stagione confermi quanto di buono fatto vedere, vi consigliamo caldamente di aggiungerla alla vostra “collezione” di serie tv.
bella analisi di una delle più interessanti novità dello scorso anno. attendo fiduciosa il suo ritorno, nonostante il pesantissimo spoiler del trailer! ma anche qui: se l’hanno fatto, sono certa che ci sia una ragione (o almeno lo spero!)
Viking e Banshee hanno rappresentato due ottimi prodotti di due canali un pelino più borderline rispetto a quelli più blasonati che conosciamo tutti.
Ulteriore merito.
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condivido, escluse le 2 serie Netflix (altra categoria ) insieme a TheAmerican Viking è stata una delle sorprese più belle dello scorso anno
bella analisi di una delle più interessanti novità dello scorso anno. attendo fiduciosa il suo ritorno, nonostante il pesantissimo spoiler del trailer! ma anche qui: se l’hanno fatto, sono certa che ci sia una ragione (o almeno lo spero!)
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Ulteriore merito.