Lo specchio come metafora di incontro/scontro con la propria identità, il matrimonio come detonatore di tensioni represse: immagini ricorrenti nel vasto universo della cultura pop ma anche (e non è un caso) parte della nostra personale esperienza di vita. Per Looking, che è una serie che parla di cose di tutti i giorni, una serie che a suo modo è anche un piccolo racconto di formazione, servirsi di certi topoi era un po’ un passaggio obbligato.
L’immagine quasi disturbante del nostro corpo allo specchio, l’occasione mondana in cui il giudizio degli altri è particolarmente pressante, ma anche il momento in cui capisci che la tua vita ha preso una piega indesiderata o quello in cui la persona che hai appena capito di amare non risponde al bacio che ti sei finalmente deciso a darle: sono frammenti di esperienze ed esistenze comuni, esattamente come quelle di Patrick, Augustin o Dom.
Quando si parla di Looking si tende in genere a concentrarsi sul suo approccio inedito all’omosessualità. Con un prodotto del genere è inevitabile, nonché necessario se si vuole strutturare un’analisi il più possibile completa. Ma giunti ormai a ridosso del season finale, possiamo provare a fare un discorso contemporaneamente più ampio e più circoscritto, che si focalizzi maggiormente sul testo che sul contesto e renda giustizia a Looking non solo come fenomeno di costume ma soprattutto come racconto di vita.
Da questo punto di vista, Looking in The Mirror e Looking for a Plus One rappresentano due facce della stessa medaglia, ovvero il processo di responsabilizzazione attraverso il quale prendiamo coscienza di ciò che siamo (o siamo diventati) e facciamo i conti con le conseguenze delle nostre azioni. E’ un percorso nel quale tutti possiamo riconoscerci e che dunque, in qualche modo, ci riguarda. Looking, insomma, funziona perché ci parla soprattutto di noi. E non si tratta di una riduzione ad etero, come alcuni l’hanno intesa, ma piuttosto di un’estensione a uomo, inteso come essere umano, come persona. Un’operazione che deve il suo successo non soltanto ad un delicato lavoro di scrittura, ma soprattutto alle performance – sempre centrate ed efficaci – di registi ed interpreti. La naturalezza dei frequenti piani sequenza, ormai quasi un marchio di fabbrica, e la spontaneità con cui gli attori (tra i quali spicca un brillante Johnathan Groff) danno forma al materiale messo loro a disposizione dà vita ad un’esperienza di fruizione che si può definire intensa e coinvolgente.
Due immagini sono, in questo senso, particolarmente emblematiche. La prima è quella di Augustin che, mentre riprende il proprio ragazzo a letto con Cj, scorge tra loro uno sgardo di intimità e, sconvolto, abbassa lentamente la telecamera. In Looking for a Plus One, Frank si servirà proprio di quell’immagine, lui che gira il video dall’altra parte della stanza, per accusarlo di essere stato emotivamente distante. In realtà quel momento rappresenta tanto per Augustin quanto per lo spettatore la prima vera presa di coscienza del e sul personaggio. La prima volta in cui sentiamo, anche noi insieme a lui, tutto il peso delle sue scelta sbagliate, e perfino di quella stessa, piccola, epifania.
In chiusura del primo episodio, invece, troviamo Patrick davanti allo specchio, completamente nudo e con addosso solo l’escapulario che gli ha regalato il suo nuovo boyfriend. Le smorfie che scorgiamo sul suo volto ci fanno intuire come non si senta a suo agio nemmeno in un simile frangente, nemmeno, cioè, al cospetto della sua semplice immagine riflessa. Sta davvero illudendo Richie? Questa scena ci dice che le cose sono molto più complesse di come ce le presenta Augustin, complesse come il rapporto di Patrick con la madre, con i suoi colleghi di lavoro, ma soprattutto con le sue stesse aspettative per la propria vita futura. E’ in questo genere di sequenze che percepiamo il grande divario tra una serie come Looking e una come Girls, alla quale la prima viene spesso paragonata. Un divario che sta tutto nella prospettiva: mentre le ragazze di Lena Dunham (e dunque i loro problemi) vengono costantemente ridicolizzate, in Looking l’ironia dissacrante lascia il posto ad un diverso tipo di sensibilità. Il percorso di autodeterminazione di Patrick, che altri prodotti avrebbero banalizzato o preso in giro, viene infatti presentato con garbo e rispetto.
Si potrebbero citare altri momenti particolarmente significativi, come il bacio tra Kevin e Patrick al matrimonio, imprescindibile (e dunque anche prevedibile) ma non per questo meno riuscito. Oppure lo scambio di ruoli tra il ragazzo e sua madre, che rappresenta un altro piccolo tassello nel processo di crescita personale e di assunzione di responsabilità di cui si parlava più su.
Questi esempi ci dimostrano come Looking sia riuscito a diventare qualcosa di diverso e molto più completo di ciò che ci aspettavamo all’inizio. Ad un passo dalla conclusione della prima stagione le polemiche sulla rappresentazione del mondo gay che la serie porta avanti appaiono sempre meno consistenti e questo perché ormai conosciamo bene il prodotto che abbiamo davanti. Ed è senza dubbio uno dei più interessanti della stagione.
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