Tra sorrisi iconici e viaggi nei meandri più nascosti della mente umana, si inaugura la nuova stagione di Hannibal che, senza rinunciare all’introspettivo impianto dialogico che la connatura, pare improntarsi su un quadro espositivo più dinamico e diretto rispetto all’annata precedente.
L’episodio si apre con un flashforward di quasi due minuti: un corpo a copro tra Jack e Hannibal, senza dialoghi, in cui lo sfogo della violenza repressa dal dottore viene mostrata in primo piano con eloquente veemenza. Collocare lo scontro in cucina ha una valenza quasi simbolica: è come la “dissacrazione” di un luogo di culto. Hannibal viene attaccato nel nucleo di dissimulazione della sua attività criminale, in quello spazio in cui ogni oggetto – dai coltelli nel ceppo, al macinapepe, all’anta del frigorifero – acquista quasi un valore di complicità nel misfatto,diventando una vera e propria arma con cui si espleta la lotta con Jack, come a voler sottolineare la metaforica ambivalenza del luogo. Rispetto alla rappresentazione classica di Hannibal (che coincide quasi interamente con le interpretazioni di Anthony Hopkins), dove la componente cannibalistica è stata sempre accentuata con toni di cupo horror, Mikkelsen ha sempre esibito una sorta di cannibalismo iconico ponendo l’accento sul rituale del consumo del corpo mediante la sua conversione in cibo, piuttosto che sull’omicidio in sé.
Lo stesso titolo dell’episodio mette in rilievo ciò: così come l’arte del Kaisekirende onore al sapore e all’estetica di ciò che viene mangiato, così la conversione in cibo dei delitti del dottor Lecter è anche un modo per contemplarli, omaggiarli e, ossessivamente, riviverli – I never feel guilty eating anything.Cominciando la nuova stagione con un flashforward che, molto probabilmente, farà parte del season finale, Fuller esplicita la dialettica che intercorre tra la sua storia e il magma narrativo e cinematografico che la precede – a volte sostenendola, altre volte oltraggiandola – orientando la linea percettiva non verso “cosa” succederà (che è noto ai più), ma sul “come” verrà riempito quel vuoto che da LeOrigini del male arriva fino a Red Dragon – di cui questa stagione dovrebbe essere l’antefatto diretto.
Un altro gioco dialettico con la tradizione si trova nel ribaltamento della tipica formula che vedeva Lecter dietro le sbarre e l’FBI a chiedere un consulto: adesso in prigione, a dispensare consigli su come risolvere i vari crimini, troveremo Will Graham. Infatti, il nuovo caso in cui si imbatte l’FBI ha una trattazione schematica, funzionale solo all’inserimento di Hannibal nella crime scene – You’re not a suspect; You’re the new Will Graham – e di Will come consulente dall’ospedale psichiatrico. Tuttavia, la scelta di dilatare la durata del caso potrebbe essere una buona soluzione per ovviare ad uno dei punti di maggior incertezza della prima stagione: ogni indagine era trattata esclusivamente in funzione della rappresentazione delle abilità di Will, generando, troppo spesso, uno sviluppo facile e veloce dell’aspetto investigativo che, appiattendone il significato, lo svuotava quasi di senso.
I got to be Will Graham today. I stood in Will’s shoes, looked through his eyes, and I saw death how I imagined he would see it.
Le sedute di Hannibal con la dott.ssaDu Mauriersono state spesso caratterizzate da un tono enigmatico, volontariamente rinchiuso in una ambiguità semantica che rimandava ad un sottotesto celato. Il loro rapporto non è mai stato chiaro: non sappiamo se Bedelia sia a conoscenza, o almeno in sospetto, della reale natura che Hannibal cela, abilmente, dietro una composita e complessa facciata – What can’t you repress, Hannibal? In questa première, seppur muovendosi intorno alla stessa modalità d’esposizione criptica, si apre una breccia che alimenta l’oscurità del nascosto livello di interazione tra i due. La lucidità con cui la Du Maurier analizza l’ossessività del legame di Lecter con Will, comprendendone la pericolosità – He’s still influencing you. Will Graham asking to see you betrays his clear intent to manipulate you –, tradisce uno stato di comprensione degli eventi che va al di là della semplice intuizione psichiatrica. Di fronte alla prospettiva di dover mentire, again,a favore di Hannibal, l’atteggiamento di Bedelia cambia natura: dal fastidio iniziale si passa ad una preoccupazione mista a terrore – «Jack Crawford doesn’t know what you’re capable of» «Neither do you». Il dettaglio che mette in evidenza l’azione del deglutire tende a sottolineare l’involontarietà di uno stato d’ansia che le parole di Hannibal hanno creato: Lecter sta progressivamente cedendo verso quel delirio di onnipotenza che il confronto con Will riusciva a tenere a freno. Quando Mikkelsen e la Anderson si trovavano nello stesso frame l’ambiente si rischiarava di una luce impalpabile; in quest’ultimo confronto, invece, anche la pacata illuminazione della stanza indica una cupa evoluzione del rapporto: il contrappunto di campo e controcampo dei loro primi piani, virante verso un’eloquente scala di grigi, narra un sottinteso ancora più suggestivo e più criptico delle contorte parole pronunciate.
What you did to me is in my head, and I will find it. I’m going to remember, Dr. Lecter, and when I do, there will be a reckoning.
La manipolazione che Lecter ha attuato in Will è diventata qualcosa di concreto: una vera e propria “presenza” – I used to hear my thoughts inside my skull,with the same tone, timbre, accent,as if the words were coming out of my mouth. Now,my inner voice sounds like you. La voce incessante di Hannibal martella i ricordi di Will come un’assillante musica di sottofondo che, opprimente, torna a ricordargli di essere stato vittima di una contaminazione: il riferimento qui non è solo alla manipolazione cerebrale, ma anche al forzato ingerimento di un orecchio umano, che continua a comparire, ossessivo, fino a chiarire la natura della sua provenienza. Nel momento in cui, negli ultimi episodi della scorsa stagione, il disorientante ricordo del Copycat dell’Averla del Minnesota viene ricomposto in maniera organica, Will dà forma concreta alle sue sensazioni e trova uno schema che lo conduce dritto ad Hannibal. Sull’onda di una risoluta disperazione, Will si sforza di poter trovare un collegamento tra le mille visioni distorte che affollano i suoi pensieri. Durante l’esperimento di recupero della memoria, assistiamo ad un’efficace rappresentazione della “potenza” della sua capacità empatica, a lungo ridotta a mero luogo comune per gran parte della prima stagione. La sua sub-coscienza comincia a parlargli attraverso immagini simboliche che, per quanto possano inizialmente disorientarlo, rappresentano la via più diretta verso la corretta interpretazione di ciò che preme sulla sua percezione, resa multiforme dagli eventi che l’hanno travolto.
È la particolarità del suo privilegiato canale visuale che lo porta a cospetto di un cibo contaminato dalla morte: una tavola imbandita di cadaveri, e, sul suo piatto, in primo piano, il fatidico orecchio di Abigail. Dall’altro lato della tavola ricompare il Windigo– creatura appartenente alla mitologia dei nativi americani nota come maligna divoratrice di uomini –, ossessiva allucinazione che nella mente di Will si è quasi connessa, inscindibilmente, con l’immagine di Hannibal, al punto da intravederne lo zoccolo prima della visita del dottore. I frammenti dispersi nella martoriata coscienza di Will cominciano a prendere un’organica forma: cosa illuminerà quel rosso filo d’Arianna che lo porterà a ricomporre il puzzle?
Kaiseki è un buon episodio d’apertura, per una stagione che si prospetta più organica e densa di eventi della precedente. Presumibilmente, Hannibal Lecter sta per compiere gli ultimi passi da “uomo libero”: cosa farà crollare la domus aurea in cui da tempo si protegge e si occulta?
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