
2×02 – Sakizuke
L’estremo realismo visivo che ha sempre contraddistinto questa serie raggiunge forse uno dei punti più alti con l’incipit di questa puntata. Il prigioniero di colore che avevamo lasciato al centro del progetto malato del killer di turno, spinto dalla disperazione più totale, riesce a staccarsi – letteralmente – dall’opera d’arte schizoide lasciandosi dietro brandelli di pelle: noi vediamo tutto, siamo costretti a vedere tutto, perché dobbiamo sentirci come si è sentito Will di fronte a così tanto dolore e al pochissimo senso che ha la vita.
In un certo senso, noi siamo Will Graham: sappiamo come lui che è Hannibal il vero mostro da sconfiggere, ma al contempo non possiamo fare a meno di lui, perché è il più furbo, il più intelligente, perché è l’unico che nella sua spietata e folle freddezza può inopinatamente salvarci da tutto questo.

Questa puntata è molto importante nell’economia della serie perché finalmente cade il velo anche davanti agli occhi della dottoressa Du Maurier (una sempre ipnotica e sensualissima Gillian Anderson) che si spinge addirittura a scoprirsi con Will, con quel “I believe you” che mette ancora più in confusione il protagonista.
La stessa Du Maurier, prima di sparire dalla circolazione, sfida a viso aperto anche Lecter, in una sequenza costruita benissimo dove i due sembrano danzare, in una sorta di ultimo tango d’addio, venato da una sensazione di pericolo e di morte ben sottolineata dalla solita, ottima, fotografia.

Infatti, alla domanda “Com’è possibile che l’uomo arrivi a tanto?”, Hannibal risponde che siamo fatti di Dna, e nasciamo in un mondo che non possiamo controllare, sopraffatti da noi stessi.
VOTO: 7½
2×03 – Hassun

Will sa benissimo quello che sta rischiando e addirittura se ne incolpa: la sua mente vaga quindi dall’estrema tranquillità – lui nel fiume che pesca immerso nel silenzio – alla paura della morte, a cui sta andando incontro per qualche errore che si imputa, – probabilmente quello di non aver capito prima con chi avesse a che fare, e cioè Hannibal Lecter.

Ma sappiamo bene quanto ad Hannibal piaccia il teatro, e allora non può esimersi dall’andare in scena e mischiare ancora una volta le già disordinate carte della mente di Will: Lecter testimonia a favore del suo amico – lo chiama così più volte – quando un presunto emulatore compare in scena.
Le prove sembrano infatti evidenziare come chi sta commettendo questi crimini molto simili ai precedenti – non uguali – sia qualcuno che imita le opere di Lecter: ma lo psichiatra modella a suo piacimento la realtà, così come ha fatto con la mente di Graham nei mesi precedenti. Questa novità appare come una manna dal cielo: proprio durante il processo, il killer sembra tornato in azione, dando la possibilità a Will di essere scagionato.
Qui c’è tutta la maestria di una scrittura mai banale: sappiamo che i crimini di cui è imputato Will sono opera di Lecter, ma adesso il modus operandi sembra leggermente diverso da quegli omicidi. Quindi, è Lecter che sta cercando in qualche modo di salvare l’amico dalle sue scelte precedenti o è davvero qualcuno che agisce perché ammira chi ha commesso quel tipo di omicidi in passato?

Il grandioso ego che contraddistingue Lecter copre tutto e tutti, lasciandoci nel più profondo dubbio su quello che sta capitando e confondendoci a tal punto che non possiamo davvero più fidarci di nessuno.
Anche in questo caso, fotografia e messa in scena perfetti – la disposizione del corpo del giudice è da pelle d’oca – con una recitazione da parte di tutti sempre all’altezza.
Chapeau.
VOTO: 8 ½
