Questi tre episodi, seppur profondamente diversi, rispecchiano l’anima della serie stessa: un contenitore di buone performance affiancate a talune mediocri; una trama orizzontale solida, che costituisce il centro dell’attenzione anche tramite il sapiente uso di flashforwards; una trama verticale interessante, anche se non tanto per il caso in sé.
Il pericolo da procedurale è infatti sempre in agguato, ma comunque si può contare su personaggi che contribuiscono, nonostante i cliché, a rendere ogni episodio godibile. Tuttavia, durante la visione di questi quanto mai differenti episodi della serie, una domanda sorge spontanea: riuscirà la nuova creatura di Shonda Rhimes a superare le “sorelle”, compiendo quel salto di qualità di cui, sappiamo, è ben capace?
And Romeo saves Juliet, again.
Il settimo episodio gioca sulla tensione pseudo-amorosa tra Wes e Rebecca, che si protraeva fin dal pilot; al di là del tipico gradimento soggettivo per la coppia, la costruzione del loro rapporto, che si basa da un lato sulla fiducia incrollabile di Wes e sul suo tentativo di aiutarla, non importa quanto sia alto il costo (e i risultati di ciò erano evidenti già negli scorsi episodi), dall’altra sul mistero da cui è avvolta la figura della ragazza, non riesce a catturare a pieno l’attenzione dello spettatore; a nulla valgono i tentativi di immedesimazione nella storia di quelli che potremmo considerare gli innamorati sventurati dello show.
He deserved to die.
Accantonando le dinamiche amorose, cifra stilistica di ogni prodotto che abbia la firma di Shonda, il bellissimo montaggio iniziale – di cui non ci sfugge l’alto valore simbolico, con la contrapposizione del pallore quasi mortale della ragazza al rosso del sangue – fornisce alcune coordinate per meglio comprendere il ruolo della stessa durante l’omicidio di Sam. L’utilizzo dei flashforward come mezzo per veicolare la trama orizzontale della serie contribuisce a distinguere quest’ultima da un semplice procedurale: un ulteriore elemento a favore di quel salto di qualità quanto mai auspicato, date le potenzialità insite nella serie stessa.
Sometimes, we’re not responsible for our own actions, because sometimes, we behave not like thinking, thoughtful human beings, but as animals.
Con un’interruzione gradita dello schema tradizionale, l’episodio utilizza la tecnica narrativa del flashback per gettare luce sull’inizio della storia tra Mr.Darcy e Lila, ma soprattutto, sul legame tra le due ragazze. Questo espediente ha una duplice funzione: se da un lato vuole conferire bidimensionalità al personaggio di Rebecca, finora troppo legato allo stereotipo della ragazza strana con un passato oscuro e/o misterioso; dall’altro aiuta lo spettatore a contestualizzare quella che è stata la vicenda protagonista del plot twist dell’episodio precedente.
Mentre il settimo episodio andava a costituire una vera e propria pausa nella narrazione, decidendo di concentrarsi sulla romance piuttosto che sulla trama, quest’ottavo episodio ha una finalità diametralmente opposta: tutte le pedine vengono mosse sulla scacchiera, il terreno preparato a dovere per un mid-season finale che dovrebbe finalmente fare luce sui punti oscuri, fondamentali per la comprensione, della notte dell’omicidio.
And even a dead girl is more of a woman than you.
Nonostante la mole di informazione ed avvenimenti che caratterizzano ogni episodio della serie, He has a wife si segnala per l’equilibrio tra trama verticale e trama orizzontale, entrambe presenti e ben amalgamate nel racconto. L’omicidio della settimana potrebbe costituire un semplice filler, ma la sottile simmetria sottesa alla vicenda gli regala un’importanza maggiore. La storia della donna tradita dal marito, l’uomo nel quale aveva riposto la sua più completa e totale fiducia, ricalca prepotentemente quella della protagonista. Annalise ha cercato in ogni modo di scagionare il marito Sam: ha mentito a se stessa, ha tradito il suo istinto e ha cercato in tutti modi di autoconvincersi che la spirale di bugie, menzogne e tradimenti in cui il suo matrimonio era invischiato non fosse altro che una crisi banale, da cui sarebbero usciti indenni e più forti di prima. Ma la situazione le è sfuggita di mano: numerose sono state le volte in cui abbiamo visto la donna crollare, o sul punto di farlo; un personaggio all’apparenza forte, ma che nasconde dentro di sé un tumulto di emozioni e contraddizioni che contribuiscono a renderlo reale, concreto, umano.
Ciò che all’inizio poteva non convincere riguardo la protagonista dello show, ovvero una caratterizzazione densa di stereotipi e di “già visto e rivisto”, risulta ben più interessante alla luce dello svelamento del personaggio stesso nel corso della stagione. Annalise è innanzitutto una donna di potere: conscia del rispetto e timore che incute nei suoi studenti, non nasconde una sorta di compiacimento nel trattarli da nullità; ma è proprio nel rapporto con Wes che possiamo misurare le numerose contraddizioni che la rendono un personaggio a tutto tondo. Non sfugge all’occhio attento dello spettatore quel calore quasi materno che lega Wes alla donna; Annalise sembra vedere nel ragazzo il figlio desiderato ma mai avuto; èd anche il complice ricercato, un amico di cui potersi fidare, una spalla su cui piangere.
At least you were able to tell the truth.
Diametralmente opposto è il rapporto con il marito Sam: icastico lo scambio di battute tra i due coniugi all’inizio del nono episodio. Parole finalmente veritiere, quelle di Sam; parole piene di ribrezzo, paura, vergogna, quelle di Annalise. In quel “Kill me”, così reiterato, c’è la chiave di lettura della loro malata relazione (non a caso, nata da un tradimento) e della fragile personalità della donna, sepolta da quella corazza d’acciaio che è il suo volto e la sua parrucca. Annalise sfida Sam: l’uomo a cui si è abbandonata e con cui si è lasciata andare, l’uomo a cui ha donato fiducia e da cui ha ricevuto in cambio nulla. Le sue parole sembrano riecheggiare i lamenti della donna abbandonata, un tipico topos letterario della tragedia, ma investendoli di un significato nuovo ed incredibilmente moderno. La donna supplica la morte e chiede la verità, l’amore da tempo negato. Ma al contempo reagisce, protegge se stessa con le unghie e con i denti, arrivando ad orchestrare una telefonata – magistralmente interpretata, tra l’altro – che oltre a salvarla da una possibile accusa, mostra a pieno chi è veramente. Una leonessa inferocita, pronta a proteggere con la vita i suoi figli e se stessa contro il nemico malvagio.
La magia di How to get away with murder sta proprio in questo: aver creato un personaggio interessante, capace di generare ammirazione e rispetto anche nello spettatore; protagonista attorno alla quale non possono che orbitare tutti i personaggi secondari, che brillano solo della poca luce riflessa che riescono a cogliere. Nonostante ciò, la serie non è solamente Annalise, e non può essere giudicata solo in sua funzione. La scommessa del finale non risulta né vinta né persa: la serie sforna una puntata interessante, ma fin troppo didascalica, avendo il compito di riassumere in ordine cronologico ciò che abbiamo visto nei flashforward lungo i diversi episodi. Il rischio di cadere nella ripetizione non è stato completamente eluso, ma si può essere fiduciosi nel futuro della serie: scoperta l’identità dell’assassino, non ci resta che scoprire cosa succederà ai nostri personaggi.
Voto 1×07 “He deserved to die”: 7 Voto 1×08 “He has a wife”: 7,5 Voto 1×09 “Kill me, kill me, kill me”: 7,5
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