La ruota riprende a girare vorticosamente, le carte si mescolano all’infinito, ma al centro di tutto la regina incontrastata è sempre lei: Olivia Pope. Scandal chiude la sua prima parte di stagione ingranando la marcia: il chiarore del sole pare aver smesso di illuminare definitivamente Pennsylvania Avenue.
L’adorabile follia trash di Shonda Rhimes raggiunge in questi due episodi apici così tragici da conquistare un posto di rilievo nella migliore tradizione parodistica legata alla tragedia greca: figlie che rinchiudono la madre e tentano di uccidere il padre – a sua volta colpevole dell’omicidio del figlio del suo amante, potente “Re” legato ad un’altra regina; figli che vedono il padre commettere un omicidio, abili soldati che profanano obitori, carte della morte disperse per la città.
E non è tutto: alla fine la guerra tanto paventata dal versante bellicoso della città trova il suo futile pretesto in un rapimento. Il paragone tra “colei che varò mille navi”, l’Elena di Troia con cui uno svanito Tom confrontava Olivia negli episodi precedenti, ha finalmente la sua più diretta applicazione: il simbolo mitico per eccellenza della futilità bellica viene parodisticamente cucito addosso ad Olivia, riuscendo a conservare intatte solo quelle similitudini legate alla futilità. Nonostante ciò, lo scheletro tecnico-narrativo è sempre molto ben solido: ogni storyline riesce a confluire sull’altra senza creare buchi diegetici, anzi riuscendo a creare una liason tra i vari frammenti in modo che ognuno riesca a rinsanguare l’altro in modo organico ed efficace. Per quanto il sostrato tematico possa essere pieno di enormi domande, l’oliata articolazione narrativa ed espositiva riesce a scorrere così liscia da far procedere la visione senza lasciare troppo tempo per eventuali risposte.
Your stomach turns every time you look at me? Well, let me be the one to break it to you, Olivia you are simply looking in the mirror.
La prova della definitiva colpevolezza di Rowan pone Olivia di fronte all’ennesimo tentativo di preservare la sua utopistica fede nel potere delle giustizia. Decisa a continuare quell’illusorio cammino “alla luce del sole”, tenta di incastrare Rowan offrendosi come oggetto luccicante, esca per quel padre di cui nonostante tutto riesce ancora ad intravedere il lato “umano”. La telefonata con cui organizza la cena è una delle dimostrazioni di quanto sia davvero andata oltre ciò che credeva di essere, riuscendo ad usare la verità con una falsità davvero disarmante: Olivia non finge lo stato di reale spossatezza, ma riesce ad isolarlo dal contesto, strumentalizzandolo per ottenere ciò che vuole. Sa perfettamente di aver superato quel limite ideale che si era prefissata e solo il pensiero di riconoscere una minima traccia del padre in lei le alimenta quella rabbia che la porta a premere il grilletto. Lo specchio in cui Rowan e la rediviva Maya la costringono a guardarsi le rimanda tutto ciò che non avrebbe mai voluto vedere: è come persa tra l’immagine che crede di avere e quella che le appare realmente; forse è proprio per questo che alla fine del nono episodio compie finalmente una scelta, rimettendosi al centro – I choose me. I’m choosing Olivia.
Is it disloyal to want me? Or is it disloyal to want him?
Il triangolo in cui si muovono Fitz, Olivia e Jake è forse uno degli elementi che con la sua ridondanza crea i più ampi spiragli di stasi nel ritmo frenetico della narrazione. Ci sono in mezzo così tanti sentimenti che impastati l’uno sull’altro finiscono per perdere il loro valore originario. Entrambi gli uomini sono così soggiogati da Liv da rendere il concetto stesso di “amore” come qualcosa di puramente indicativo, una definizione aleatoria di una forza centripeta, che per quanto si cerchi di descrivere come inarrestabile e incontrollabile non riesce a sfuggire alla banalità della sua rappresentazione. Inoltre, l’indugiare sulle metafore – stand in the sun o il Vermont – calca maggiormente l’accento sull’inconsistenza di tale passione amorosa, vanificandone l’intensità nel suo continuo evidenziarsi attraverso una riconoscibile sequenza di parole.
Ed è proprio per questo che, sebbene conservi la sua assurdità, la fine di Where The Sun Don’t Shine diventa il momento in cui Olivia ci appare davvero autentica: rifiutarsi di scegliere Jake o Fitz è come una liberazione da una morsa divenuta insostenibile. Olivia si rende finalmente conto di essere sprofondata in un vortice che la sta sotterrando; sente forte il bisogno di ritornare cardine di se stessa, e per farlo compie un lungo giro cercando di volgere lo sguardo verso il lato bello delle cose che ha vissuto. Non vuole scegliere perché non vuole perdere il sogno del Vermont, né il ricordo del sole nell’isola, ma ancora di più deve riuscire a non dimenticare quegli attimi di felicità sepolti nei suoi ricordi d’infanzia. Quindi mette su quel disco di Stevie Wonder (Don’t you worry ‘bout a thing) di cui il padre ha rievocato il ricordo felice, e danza: la bellezza della sua immagine libera e gioiosa, in alternato con il dialogo tra Fitz e Andrew, monopolizza così bene la sequenza espositiva da non lasciarci neanche troppo amaro in bocca per la poco credibile fulmineità del rapimento.
«I am not a little bitch baby!» «Then show me!»
L’approfondimento del fronte sentimentale di Cyrus risulta invece molto meglio orchestrato, forse perché la gestione della scomparsa di James, durante la scorsa stagione, è stata affrontata in maniera così delicata da riuscire a far sentire ancora la sua eco nel disorientamento affettivo di “uno degli uomini più potenti del mondo”. Il peso della crudeltà di quel matrimonio “riparatore” – grazie a cui Cyrus potrà ricucire lo strappo creato dallo scandalo – è ingombrante, soprattutto nella misura in cui la sua vera colpa è solo ed esclusivamente quella di aver ceduto alla sua “umanità”. Nel mondo convulso di Scandal c’è troppo poco spazio per essere “umani”: per sopravvivere all’interno di una White House sempre più inclinata a sinistra bisogna essere dei titani, piegarsi al proprio potere e cercare di non farselo togliere dalle mani. Da questo punto di vista è significativa la sfuriata che Olivia fa a Cy: essere un vero patriota comporta negare i propri sentimenti, chiudere gli occhi alla vita e andare alla ricerca di un bene che sia davvero superiore. Ma si tratta davvero del benessere della nazione, o è sempre e solo bisogno di potere – I am one of the most powerful men in the world? Il potere è l’unica vera àncora di Scandal: tutti tendono ad afferrarlo e a tenerlo così stretto da crearsi intorno l’illusione di essere insostituibili.
In conclusione, The Last Supper e Where The Sun Don’t Shine, con una gradevole organicità espositiva, riescono ad andare oltre l’arco narrativo che ripercorreva gli esiti dello scorso finale di stagione, per aprire un filone che pare già sottendere nuovi e folli cambi di fronte. In più, Mellie è tornata: la guerra fredda dichiarata ad Elizabeth potrebbe essere fonte di un più attivo coinvolgimento del personaggio, che nel suo essere splendidamente “eccessiva” incarna perfettamente lo spirito dello show.
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