
L’episodio si presenta come sostanzialmente lineare, forse fin troppo “semplice” nella sua struttura narrativa, che vede nell’arresto quasi contemporaneo di Paul, della moglie Sally-Ann e di Katie e nel ritrovamento di prove non più confutabili un’escalation quasi improbabile, che stride con la lentezza delle indagini fino a qui condotte. Sicuramente permangono delle leggerezze a livello di racconto, come l’inseguimento di Paul e la fin troppo facile coincidenza dell’arrivo di Jimmy a complicare la situazione per l’uomo – e a facilitarla per la polizia.

Se davanti al medesimo specchio compaiono entrambi i volti della caduta per come ci è stata presentata finora, chi è il responsabile di questa somiglianza deforme?
Esiste un male che entrambi conoscono e a cui entrambi aspirano ad arrivare, nonostante abbiano motivi diversi – l’uno per trarne piacere, l’altra per comprenderlo – sebbene tutti e due partano dal medesimo presupposto: che esiste e che in qualche modo bisogna farci i conti. E il male in questa puntata appare quasi all’improvviso, con una crudeltà talmente schietta da impedirne una visione separata dal disgusto.
Would you call me Father?

Paul, al contrario, sa benissimo che quello che fa è sbagliato, ma continua a farlo perché – come diceva a Katie nell’episodio precedente – il mondo è pieno di dolore e sofferenza, e allora tanto vale trovare un modo per trarne piacere. Due visioni così differenti nascondono in realtà una caratteristica comune, evidenziata da Jim nella sua conversazione con Stella: il narcisismo del primo, che si convince della giustezza delle suet azioni in nome persino di un’identificazione con Gesù – A priest acts on Earth as an alter Christus – that is, as another Christ! – fa il paio con quello del secondo, che vede nel culto di se stesso e dei propri bisogni una necessità superiore al riconoscimento di quelle altrui.
Why the fuck are you watching this? You sick shit?
What the fuck is wrong with you?

Il filmato di Rose Stagg che Stella visiona da sola, oltre ad alcune implicazioni importanti per il piano di Paul di cui parleremo, rappresenta un altro eccezionale momento della puntata: se nella scena con padre Jensen avevamo osservato il male nella sua più cieca crudeltà, qui ne vediamo le conseguenze portate all’estremo. L’insieme delle riprese, montate ad arte da Paul con tanto di ripetizione quasi perturbante di frasi e concetti, tende a deframmentare l’identità della donna, in quel processo di disumanizzazione e di spersonalizzazione che già aveva rappresentato i suoi precedenti omicidi; tuttavia qui c’è di più, perché non è “solo” il corpo ad essere profanato, ma soprattutto la mente e l’emotività di Rose, che ci vengono mostrate in tutta la loro gamma di esistenza.
Il male compiuto da Paul è talmente consapevole da condurre l’uomo a inserirsi personalmente nel filmato, producendo di fatto la prima prova tangibile della sua colpevolezza nel rapimento della donna; eppure, lungi dall’essere una mossa sciocca e non prevista, la visione del filmato da parte di Stella sembra decisamente una parte importante del piano dell’uomo, e per due motivi.
Innanzitutto, Rose confessa la sua testimonianza alla polizia, e questo permette a Paul di trasferire su Stella la colpa di quello stesso rapimento: non stupisce questo genere di interpretazione se si pensa a quanto la Gibson abbia patito questo caso, forse più degli altri, proprio perché lei stessa aveva condotto Paul da Rose, come confermato in più occasioni nelle puntate precedenti. Il male che è dentro Stella, e che si è manifestato più di una volta in questa stagione soprattutto grazie all’eccezionale interpretazione di Gillian Anderson, trova qui uno sfogo vero, in quelle lacrime che nascondono non solo preoccupazione, non solo orrore, ma anche colpa.

I personally like the arresting officer to be the first interviewing officer, if possible.
Paul, dunque, sembra avere un piano: non è ancora chiaro di quale natura sia, soprattutto ora che le prove della sua colpevolezza sono sempre più allo scoperto. Ma non può sfuggire allo spettatore la percezione di un certo compiacimento dell’uomo durante l’interrogatorio, di un accenno di tattica nei suoi silenzi irriverenti e nella sua gestualità arrogante – come quando risponde alle accuse mettendo i piedi sul tavolo. C’è un parallelismo ancora più accentuato in questa puntata tra Stella e Paul: entrambi scelgono la tecnica del silenzio – l’uno non parlando, l’altra non comunicando con lui ma lasciando che siano gli altri a interagire –, ed entrambi vengono ripresi insolitamente più da vicino, come a cercare di leggere i pensieri dell’uno e dell’altro; ma soprattutto, tutti e due sembrano avere un piano preciso.

Qualunque cosa sia, questo sembra funzionare, e il primo vero contatto della puntata tra i due avviene: uno schermo, però, li divide, come quello specchio deformante che li rende così uguali e così diversi.
La puntata porta la narrazione ad un punto fondamentale e apparentemente conclusivo, che fa sospettare una chiusura del caso con la prossima puntata – soprattutto con il ritrovamento della macchina e del corpo a fine episodio. Non mancano alcune perplessità relative alla gestione investigativa del caso, ma questa “The Fall” ci porta dritti verso l’ultimo atto dell’indagine vera, che è quella psicologica dei suoi protagonisti.
Voto: 7 ½
