
Sembra quindi scontato dover capire se le aspettative iniziate con il pilot, e in parte tradite con il susseguirsi delle puntate, diano al concetto di “diverso” un’accezione negativa o positiva; invece qui, davanti a questa conclusione, è la cosa meno importante in assoluto. A voler fare un bilancio finale e semplicemente sommatorio, è chiaro che The Affair si conferma come una delle migliori novità dell’inverno ma, allo stesso tempo, non nei termini che aveva inizialmente tratteggiato. Non c’è da decidere quindi se la deriva finale sia stata in meglio o in peggio, ma è più produttivo capire dove ha davvero brillato e dove invece avrebbe ancora qualcosa da dire.

In apertura di ciascuna parte, ci vengono mostrati i quattro mesi di allontanamento tra Noah ed Alison, ma anche tra Noah ed Helen, e tra Alison e Cole: i minuti iniziali sono completamente focalizzati sui modi diametralmente antitetici con cui i due protagonisti affrontano le necessarie separazioni. Il volontario isolamento di Alison che va a cercare la lentezza di un ritiro spirituale con Athena è il prosieguo e il compimento perfetto di un personaggio che si è sviluppato per tutto il tempo interiormente, che, mentre viveva l’intensità fisica con Noah, cercava disperatamente (e con successo, a questo punto) di ritrovare se stessa. Anzi, il suo è stato più un percorso di vera e propria riconciliazione non solo con il gravissimo lutto di Gabriel, ma con Gabriel stesso: l’accettazione sì della sua morte, ma anche e soprattutto della straordinarietà e dell’unicità della sua esperienza. Alison oltre ad essere madre, era anche infermiera, perciò il suo errore è stato doppio, sia materno che professionale: è questa doppia convivenza ad averla ancor più distrutta. L’enorme disequilibrio interno e la progressione verso la guarigione, fatta di tanti momenti anche romanticamente illusori, è la parte che è stata meglio descritta, facendo diventare Alison la part più intensa, dignitosamente struggente e senza ombra di patetismo, di ciascun episodio.
Noah, invece, ha avuto e vissuto la parabola discendente e contraria: dalla perfezione della sua condizione di padre e marito apparentemente soddisfatto, si è scontrato con i suoi desideri più endemici, liberati ovviamente dall’incontro con Alison. Entrambi sono stati una sorta di chiave di volta reciproca, la spinta ultima e necessaria per rigettare finalmente ed egoisticamente lo sguardo solo su di sé, per potersi ripensare da capo e in modo quasi totalmente inedito. La differenza sostanziale è che la perfezione iniziale di Noah, decantata su più fronti anche per il rapporto solido e infrangibile con Helen, si è ribaltata in una boriosa forma di ambizione: non semplicemente la voglia di dar vita e sostanza alle proprie capacità artistiche, ma la convinzione di essere in debito nei confronti della vita. Tra i movimenti di Alison per riprendere il controllo completo della propria esistenza e la voglia propulsiva di Noah di accaparrarsi il più possibile da ogni situazione (come la sospensione disciplinare che diventa il tempo per finire il suo romanzo), c’è un abisso di intensità e tristezza, che solo Alison sperimenta fino in fondo, guadagnando una nuova maturità. Nonostante le simpatie/empatie più o meno giustificate per uno dei due protagonisti – e magari volontariamente cercate dagli autori stessi –, quello che conta è che ogni singolo momento, riflesso sempre su due superfici, si sia mosso per arrivare ad un livello di complementarietà più sistemico e panoramico, invece che solo interno alle loro storie.

Se la serie si fosse limitata alla narrazione, all’architettura pura della narrazione nei modi e negli approfondimenti a cui in alcuni momenti è arrivata, forse ne avrebbe guadagnato, poiché la parte meno interessante, pretestuosa e incoerente con il resto è invece quella più vicina ad un intreccio classico, cioè il caso investigativo. Pur apprezzabile nella scelta di concentrare solo in quest’ultima puntata dettagli in più sull’omicidio di Scotty e sui modi ambigui (ovviamente) del detective Jeffries, il tutto risulta comunque troppo povero e forzato per essere davvero in organico con il resto; ad oggi è un finto perno narrativo che appesantisce notevolmente una struttura altrimenti molto più agile e interessante. Meglio interpretare quindi questa parte come la nuova zona oscura da chiarire (e rimandare a giudizio) nella prossima stagione.
Il bilancio finale è quindi positivo per la nuova serie di casa Showtime: la curiosità che rimane, e ci obbliga a vedere la prossima stagione, si alimenta anche nello scoprire come verrà gestita la peculiarità narrativa che ha intrigato al primo sguardo e e come potrà convivere con una svolta che si preannuncia decisamente più procedurale.
Voto episodio: 7+
Voto stagione: 8



L’indagine sulla morte di Scotty E’ il perno narrativo.
I punti di vista di Alison e di Noah che vengono interrogati separatamente infatti sono diversi, non in modo clamoroso ma ci sono delle differenze e alla fine il Detective Jeffries arresta Noah, avrà fatto la scelta giusta? La scopriremo solo vivendo., ma tuesto è il problema.
vorrei segnalare che sulla serie 1 di The affair appena terminata su Sky, hanno invertito la puntata n 9 della seconda serie con la n. 9 della prima, anticipando in modo allucinante quello che accadrà (edit SPOILER) ma come è possibile una cosa del genere? come hanno fatto a rovinare a tutti quelli che l’hanno visto tutto il plot della seconda serie? e sopratutto a chi posso scrivere per denunciare questo errore madornale?
Il commento è stato modificato dalla Redazione per spoiler, essendo questa la recensione del finale della prima stagione.