Di serie comedy o dramedy la HBO ne ha prodotte ormai tante: da quella sui nerd a quella sugli omosessuali, passando per le donne e la politica americana. Temi diversi, certo, ma anche toni, atmosfere, ritmi indipendenti ed originali, in grado di ridefinire il genere a cui appartengono.
È in questo contesto ampio e variegato che si inserisce la nuova serie dei fratelli Duplass, una comedy a tinte drammatiche (ma ha ancora senso dare un’etichetta?) che riesce sorprendentemente a spiccare nella programmazione del canale via cavo come qualcosa di nuovo, particolare. Il tema questa volta è più canonico ma non per questo semplice da gestire: lo stare insieme, o meglio il crescere insieme. Si tratta di un argomento già ampiamente sfruttato e il rischio di cadere in banalità è sempre dietro l’angolo, ma dopo questo “Family Day” si può dire che Togetherness un po’ di fiducia se la merita, e non solo per quelle tre lettere che appaiono prima dell’episodio a garantire una resa qualitativa di alto livello.
We regroup, and we triumph. That’s what we do.
La trama della puntata si sviluppa in modo piuttosto semplice: ogni protagonista viene presentato alla presa con un problema, che si tratti dello sfratto da un appartamento o delle difficoltà coniugali una volta raggiunto un certo stadio del matrimonio. Le fasi iniziali, comunque interessanti, sono forse quelle che funzionano meno, e gli autori non possono che spingere verso quella che è la vera forza della serie, ovvero i legami tra i personaggi: non ci troviamo, infatti, di fronte a personalità eccentriche o particolari, ma si parla di gente normale, comune, con il pregio/difetto di avere superato i 40 anni senza aver ancora accettato completamente l’arrivo dell’età adulta. Quando Brett passa con un furgoncino per aiutare il classico amico squattrinato qualcosa scatta e quella che è l’anima dello show comincia ad emergere: all’improvviso i deprimenti problemi di quattro individui noiosi vengono affrontati insieme in un modo completamente diverso, che consiste, per la cronaca, nel buttare all’aria qualsiasi parvenza di maturità per tornare a quella spensieratezza giovanile che di difficoltà serie non sembra averne affatto.
Uno dei temi più frequentemente toccati dalla puntata è, infatti, il contrasto tra il rifiuto di crescere (incarnato da Alex e Tina, ma in parte anche dagli altri due) e la necessità di costruire una vita, e la serie gioca su questo rapporto esaltando il più possibile l’infantile eppure allettante desiderio che spinge ognuno a regredire verso una condizione mentale più ingenua e spensierata. Alla possibilità di fare qualcosa i personaggi interpretati da Amanda Peet e Steve Zissis preferiscono il divertimento, lo scaricamento dei propri problemi sugli amici (o parenti) che li ospitano, diventando a tutti gli effetti i canonici mantenuti. Ogni problema sembra essere risolvibile con del vandalismo da liceali o dei taco per strada, e quello che valorizza questi momenti – sulla carta piuttosto banali – è l’atmosfera che permea il tutto, il tono deliziosamente sereno che caratterizza ogni scena a partire dalla seconda metà dell’episodio e che rende Togetherness una serie diversa da qualunque altra produzione HBO. A questo proposito, l’azzeccatissima colonna sonora non fa che aumentare l’impatto emotivo, e non si può non citare l’inserimento di brani come Youth Gone Wild o la meno conosciuta Other Side.
You gotta know when to fold ‘em, you gotta know when to kick ‘em in the nuts.
Fra tutto quello che aiuta questo pilot a funzionare, comunque, ci sono anche le ottime performance offerte dal (per ora) minuscolo cast, su cui spiccano i già citati Steve Zissis e Amanda Peet, eccezionali nel rendere i loro personaggi così umani e comprensibili. Queste due ultime caratteristiche sono fondamentali per la riuscita della serie in quanto ne costituiscono forse il fine più importante, ovvero quello di creare un legame con lo spettatore che non si limiti alla semplice empatia: le situazioni mostrate sono volutamente normali, le esagerazioni contenute nell’ambito della familiarità, perché alla fine quello che si cerca di fare è rendere Togetherness qualcosa di piacevolmente vicino a noi, evitando il rischio che le iperboli tipiche di molte comedy aumentino il distacco dai personaggi presentati. Si tratta ovviamente di un processo molto più lungo della durata di “Family Day”, e infatti è ancora difficile esprimere un giudizio in proposito, se non osservando come già negli ultimi minuti dell’episodio quel senso di appartenenza cominci ad emergere; starà al resto della stagione rafforzare o vanificare tale risultato, ma si può dire che per ora l’obiettivo è stato raggiunto con successo.
La nuova creatura dei fratelli Duplass, quindi, si pone come una novità nell’offerta comedy/dramedy HBO, grazie ad un tono e ad un impatto emotivo che riescono a costruire un pilot decisamente convincente. Non si tratta certo di una rivoluzione del genere, e il sentore di “già visto” non sempre viene evitato dagli autori, ma si può dire che Togetherness è la prova che anche la più canonica delle storie, se gestita nel modo giusto, può funzionare senza problemi.
Per me grande pilot.
Speriamo mantenga questo livello.
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