
It’s all about survival now. At any cost.

Anche in questo caso, la scorza dura di Rick fatica a cadere, non c’è ancora fiducia nel suo sguardo, non bastano solide mura e ambienti puliti per fare di un rifugio un luogo sicuro: c’è bisogno in prima istanza di persone che ti vogliano veramente tra loro. Grimes – e la maggior parte del suo gruppo – non ricorda più come si fa: difficile tornare a pensare come prima, quando anche gente sconosciuta era capace di dimostrare altruismo e benevolenza. Quindi il sopravvivere comincia a cambiare aspetto, prendendo la forma di acqua corrente e tagli di capelli, dove la gente per strada non è un morto che cammina ma una persona normalissima che porta a spasso il cane.
We’re ready for this.

“Siamo pronti”, dice assicura a Deanna, soprattutto perché lo è lei, perché è ora di essere pronti, perché finalmente si è trovato un posto che si è sempre sognato. I protagonisti sembrano pronti anche a provare quelle emozioni che per troppo tempo non hanno provato più: è quasi didascalico l’incontro tra Rick e Jessie, la vicina fin troppo carina per essere vera. Così come l’ormai non più piccolo Carl che sembra provare qualcosa per la nuova conoscenza Enid, ragazzina che sembra avere dei segreti che sicuramente interferiranno con la serenità dell’ambiente.

È quindi il rifiuto di una realtà fittizia quello che colpisce Daryl: il nostro Dixon capisce che nulla può essere come era prima, tutto è come se fosse una virtual reality da cui guardarsi bene e prendere le distanze – se ci pensate bene, i ragazzini che giocano ai videogame durante un apocalisse fanno un po’ impressione.
We won’t get weak. That’s not in us anymore. We’ll make it work. And if they can’t make it… then we’ll just take this place.

Il tentativo di Deanna di affidare ad ognuno di loro un lavoro consono alle proprie personalità è lodevole: molto ben girate le interviste personali, dove i protagonisti – e noi con loro – sono costretti a ricordare quello che erano, perché per poter vivere è necessario farlo, anche se in alcuni casi è triste e doloroso. In loro però non ci può essere più nessuna debolezza, non dopo quello che hanno passato: una divisa da poliziotto o un maglioncino da maestra non riporteranno questi character a quello che erano prima, semplicemente perché quelle che vediamo adesso con vestiti puliti e ordinati sono solo immagini, sono proiezioni di ricordi che non esistono più.
La minaccia finale di Rick si ricollega a doppio filo a ciò che in realtà sono veramente e all’affermazione che fa proprio lui in apertura, il pensiero dominante che dovrebbe essere di tutti e che non può non essere di tutti: sopravvivere ad ogni costo. Non è un caso infatti che Michonne, durante la sua intervista, prenda dalla libreria un libro che si chiama Crime Without Punishment: la storia dell’invasione sovietica della Polonia durante la II Guerra Mondiale, quando i comunisti uccisero ventimila polacchi senza nessuna conseguenza dopo la fine del conflitto; probabilmente un indizio su quanto accadrà, su un’azione riprovevole da parte dei “nostri” che noi non esiteremmo ad assolvere in quanto sempre dalla loro parte.

E noi, finalmente e davvero, con loro.
Voto: 7+
Note:
– Qui potete trovare i punteggi del The Walking Game relativi a questa puntata.

Incredibile ma vero (LOL) sono perfettamente d’accordo con la recensione. E sia chiaro una volta per sempre qualsiasi cosa faranno i “nostri” io sarò con loro.
A me ha fatto una tenerezza assoluta Rick che riappare come nella prima stagione ma che pensa come il Gov, anche se sembra non saperlo; Daryl che in una società “normale” torna ad essere l’asociale della sua precedente vita e Carol, la cui intervista ed il suo volontario farsi sottovalutare mi hanno fatto morire dal ridere. Deanne che pensa di poter inquadrare tutti non ha riconosciuto la vera tigre del gruppo, fantastico! Niente come questa puntata mi ha fatto capire quanto li ami e mi identifichi in loro.
E poi, siamo onesti, veramente a qualcuno interessa vedere il nostro gruppo felice e contento ad Alexandria? Al vissero felice e contenti le fiabe di solito finiscono, sennò sai che palla!
TWD con questo dodicesimo episodio continua nella sua mission sottotraccia, l’analisi sociale fortemente critica dei vari modelli di aggregazione umana, senza aver ancora trovato una risposta o forse, suggerendoci che in fondo non esiste davvero un luogo ideale dove poter vivere.
In questi anni i nostri eroi hanno testato il modello “setta” (la fattoria degli Hershel) con i suoi valori tradizionali, la dittatura di stampo romano imperiale (Woodbury), il social housing (la Prigione), la “comunità” (Terminus) e la dittatura di stampo sudamericano (l’ospedale), uscendone sempre a gambe levate ed ora eccoli arrivati a quello più subdolo, perché tanto, tanto, davvero tanto simile alla nostro modello sociale: la Democrazia.
Impressiona vedere Carol col suo golfino dal colore tenue e Rick pulito e sbarbato con la divisa e il cinturone, ci sembra di piombare improvvisamente ne il Mondo dei Robot, nel Truman Show oppure in quel posticino delizioso chiamato Arcadia nell’omonimo X-File dove tutto sembrava perfetto, ma guai ad aggiungere un oggetto “estraneo” come un canestro nel cortile o un segnavento diverso dagli altri sul tetto.
Il benessere indebolisce, lo dice Carl e lo dice anche Carol; l’omologazione è assai più pericolosa del caos e certe atmosfere cupe di questo capitolo, il marito di Jessie in veranda, il figlio di Deanna e i titoli dei prossimi episodi, soprattutto del season finale, non promettono nulla di buono…
Team Rick & soci forever.
Finirà male?
E chi lo sa?
Dipende dai punti di vista.