
Fughiamo ogni dubbio, per cominciare: Person of Interest è senza discussione una delle migliori serie dei canali broadcast, da anni ormai diventato indiscusso simbolo di come sia possibile creare uno show di intrattenimento non solo in grado di tratteggiare dei personaggi con insolita profondità, ma soprattutto di parlare di temi d’attualità con chirurgica attenzione. Ciò ribadito, non possiamo nascondere che, nonostante una prima parte di stagione che rispondeva bene alle forti aspettative dovute alla scorsa annata, questo secondo blocco ha scricchiolato moltissimo; per affrontare sul serio la trama principale abbiamo dovuto aspettare il penultimo episodio di una serie che, ad oggi, non ha ancora ricevuto un verdetto ufficiale circa la propria continuazione.
Perché attendere così tanto? È una domanda che ci stiamo ponendo da un po’, ma se il ritorno della trama principale è coinciso anche con la fugace apparizione di Sarah Shahi, possiamo confermare che il parto gemellare dell’interprete di Shaw abbia effettivamente scombinato un po’ i piani. Dopo alcuni episodi puramente riempitivi ed un altro, lo scorso, che pur nella propria forza e poesia era comunque marginale nel gran piano della storia, finalmente entriamo nel vivo con tre racconti paralleli che non ci permettono nemmeno un attimo di respiro.
So tell me, how does it feel knowing that you’re responsible for your friend’s death?

Tocca ad un redivivo Reese garantire ad Elias almeno qualche ora di sopravvivenza in più. Chi temeva che lo scorso episodio fosse solo un garbato omaggio a Taraji P. Henson potrà per fortuna ricredersi: apparentemente il ritorno di una Carter immaginaria ha sbloccato qualcosa nella mentalità dello stesso Reese, che ha finalmente compreso di non riuscire a fare tutto da solo chiudendosi in se stesso; con questo suo nuovo atteggiamento, la partecipazione di Fusco sembra essere sempre più diretta (chissà, magari un giorno scoprirà tutta la verità sulla Macchina – e pensare che è tutto cominciato con un ricatto). Da non sottovalutare, alla luce del discorso sulla Macchina che faremo a breve, la presenza di Harper, inviata da “Thornhill” per difendere i suoi agenti.
Did it tell you to do that? Did it think that you could handle me too?

Control, adesso, non sembra più essere una pedina secondaria in questa enorme scacchiera, ma una presenza attiva e decisa, un aiuto estremamente valido al Team Machine. Se ce ne fosse ancora bisogno, questo episodio rimarca ulteriormente quanto il personaggio in questione sia uno dei più interessanti della scrittura di Nolan: una donna spietata volta alla difesa dell’America, ma che si ritrova a scoprire di essere solo una pedina nelle mani di un sistema più grande di lei. Il “bene superiore” è sempre stato la chiave che le ha permesso di mettere in atto anche azioni moralmente discutibili, vere e proprie stragi per la sicurezza dei cittadini americani. Chi è, però, stavolta a decidere qual è il mondo migliore? In cosa Samaritan è diverso dalla Macchina?
You are wrong, Harold. You are not interchangeable.

In una costruzione – questa sì – estremamente convincente, il tema della moralità della Macchina è stato con attenzione costruito da parecchio tempo ed ha brillato in particolare nell’episodio “If-Then-Else” in cui Finch le insegnava, insieme alle regole degli scacchi, alcuni aspetti di moralità umana. Grazie proprio all’intervento del suo creatore, che ne è sempre stato spaventato, la Macchina ha ora dimostrato di non voler perdere le persone che si sono affidate a lei, di non voler più deluderle: se per salvare loro la vita è necessario “sacrificarsi”, allora Essa non si tira indietro.

Ed ora? Ormai siamo arrivati al finale – un episodio che già solo dal titolo, “YHWH”, sembra confermarci la volontà di fare le cose in grande – che concluderà questa strana annata. Samaritan ora conosce la locazione della Macchina, Dominic è uscito “ferito” ma non sconfitto dallo scontro con Elias, e Control non sembra affatto intenzionata a seguire obbediente le regole; per non parlare, poi, di Shaw e del lavaggio del cervello che pare aver subito. La sensazione è che le cose non potranno certamente terminare nel prossimo episodio e che necessiteranno di una conclusione più appropriata in una ventilata (e sperata) quinta stagione. Un episodio come questo, però, ci ricorda ancora una volta perché, nonostante qualche défaillance quest’anno, stiamo ancora parlando di una delle migliori serie in circolazione.
Voto: 8 ½
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Penso che ci troviamo di fronte a uno dei più belli episodi di PoI. E credo che ci sia poco o nulla di non riuscito. La parte riguardante Elias-Dominic è semplicemente geniale. Così come il sistema primitivo ideato da Elias per recapitare messaggi, che secondo me meritava più attenzione: in un mondo iper sorvegliato, intelligenze artificiali sempre più umane e sempre più potenti eppure un preistorico sistema in una metro abbandonata riesce a far passare i messaggi in bottiglia? Applausi a scena aperta per Johnatan Nolan e per una serie che, anche nei momenti in cui non progredisce con la trama, propone episodi di qualità eccelsa.
p.s. Giudizio che cambierebbe radicalmente nel caso non venisse confermata la 5 stagione, chiaro.
Recensione perfetta come l’episodio.
Concordo sul fatto che la seconda parte di stagione sia stata veramente fiacca, ma confido che in queste ultime due vengano sviscerati, e bene, tutte le tematiche, come sempre fatto.
Sinceramente spero non ci sia una quinta stagione o, almeno, che non sia così lunga: 22 puntate disseminate a cadenza stramba nell’arco di 9 mesi non aiuta. E poi, se andiamo a vedere di stagione in stagione, la prima ha parlato di Reese, la seconda di Finch, la terza di Samaritan, la quarta della lotta Samaritan – Machine, ed una eventuale quinta? Non mi vengono in mente altri sviluppi, ma sicuramente non sono Nolan, per cui …