Con quest’ottavo episodio termina la quinta stagione di Louie, forse meno ambiziosa e complessa della precedente, sicuramente più breve (purtroppo), ma non priva di grandi momenti, sia comici che drammatici.
Possiamo dire con certezza che la quarta stagione, sull’onda del finale della terza, è stata la più innovativa, basti solo pensare agli archi narrativi interni che andavano a creare un groviglio di sottotrame di differente lunghezza e complessità. Questa volta a disposizione c’erano solo otto puntate per cui la strada intrapresa è stata per forza di cose molto diversa, puntando su episodi quasi totalmente autoconclusivi, tra i quali spicca “Untitled” per originalità. Il finale ha fatto eccezione perché costruito su un episodio doppio o meglio su due frammenti estremamente serializzati. La loro contiguità e il loro isolamento dal resto sono sottolineati anche dalla peculiarità geografica e tematica: l’intero blocco racconta di un viaggio di Louie in un tour fuori NY. Se la prima parte dell’episodio ha messo in scena alcuni dei più classici cliché del comico in trasferta, questa seconda tira le fila dell’intera stagione aumentando notevolmente la cupezza del racconto.
Well that’s me. I mean, I’ve never worn a suit on the stage or a jacket.
Se questa stagione ha rappresentato lo spazio per una profonda decostruzione della figura biografica del protagonista, a partire dal suo lato professionale, anche questo finale non può far eccezione, anzi se possibile ne rappresenta la parte più pessimista. Dopo aver scavato profondamente dentro il suo passato durante la scorsa annata, Louis C.K. conclude questa quinta stagione smantellando il suo mestiere, andando alla radice del suo lavoro e mostrando in controluce le problematiche principali legate soprattutto agli aspetti di tipo creativo. L’espediente del tour è letteralmente geniale in quanto rappresenta la messa in scena concreta del parallelo tra personaggio di finzione e persona in carne e ossa, puntando i riflettori sui rapporti biunivoci tra ciò che succede nel quotidiano e la scrittura (e la performance) dei sui numeri comici. Essere fuori dalla sua comfort zone, ovvero quella New York da cui sempre si è sentito coccolato, significa per il protagonista scoprire una vasta serie di fragilità poco conosciute, non solo riguardo alle sue abitudini comportamentali, ma anche – e forse soprattutto – al rapporto con il proprio pubblico. Se nella Grande Mela prevaleva il jazz di alleniana memoria, andare al cuore dell’America vuol dire essere accompagnato a volte dal blues, altre dal country, tutti modi per sottolineare lo spaesamento di un uomo il cui mestiere è efficace se e solo se in perfetta relazione col proprio pubblico, se cioè poggia su un tessuto culturale simile a quello dell’uditorio presente. È per questa ragione che ha senso la passeggiata in mezzo al nulla, l’avventura casuale con le due donne, il mascheramento improvviso: perché rileggere in chiave comica il reale non può prescindere dal farci i conti, analizzando il quotidiano e il banale per trasfigurarli.
I don’t even know what they call it where you’re from. But around the rest of the world, you’re an asshole.
Alla base di questo episodio c’è una profondissima autocritica, esaltata dal fatto che questo frammento sia l’ultimo e che in quanto tale spenga la luce in fondo al tunnel, affogando a volte nell’incapacità e nell’impossibilità l’insieme di speranze con cui si era chiusa la stagione passata. Louis C.K. non solo è l’irresistibile, autoironico e politicamente scorretto comico che fa ridere e riflettere, ma può anche rivelarsi un ingessato bacchettone rompiballe che non riesce più neanche a far ridere, facendo eccezione per il comodo pubblico sul quale la sua creatività sembra essersi seduta. Il miracolo è quello di aver avuto il coraggio di mostrare la propria crisi artistica, il crollo di un autore che dislocato in un altra realtà si scopre esattamente come ciò che ha sempre criticato in un modo a volte anche feroce, come dimostra la bellissima scena sulle scorregge (funny is in your ass). Non sempre funziona il canovaccio del comico triste e disincantato e soprattutto si tratta di una tipologia che, come tutte, non è esente all’usura e alla ripetitività.
Il finale, con la morte dell’esuberante collega, arriva come un suggello spiazzante e improvviso di tutta una serie di colpe; arriva come il più classico dei traumi, da superare facendo tesoro dell’esperienza e imparando a ricominciare da capo, a scommettere su se stessi e sulla propria creatività, ripartendo da ciò che di più intimo si possiede, la propria famiglia, con lo splendido e commovente racconto conclusivo alla figlia.
Si chiude così una stagione di Louie molto più breve di quanto avremmo voluto, piena di grandi momenti drammatici e capace ancora una volta di far ridere e al contempo riflettere su cosa questo voglia dire.
Come avete fatto notare la stagione è sicuramente meno incisiva rispetto a quella passata, e forse troppo corta. L’apice è stato Untitled, episodio diretto benissimo! Menzione d’onore per le musiche, curate e molto particolari
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Come avete fatto notare la stagione è sicuramente meno incisiva rispetto a quella passata, e forse troppo corta. L’apice è stato Untitled, episodio diretto benissimo! Menzione d’onore per le musiche, curate e molto particolari