“È facile a dirsi che nel contendere non bisogna avere di mira altro se non il portare alla luce la verità. Il fatto è che non si sa ancora dove essa sia. […] L’interesse per la verità cede ora del tutto all’interesse per la vanità: il vero deve apparire falso, e il falso vero.”
(Arthur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione)
La prima parte di stagione di How to Get Away with Murder si conclude in maniera sì prevedibile ma al tempo stesso avvincente, grazie a due episodi che portano avanti l’efficace connubio tra la ripetitività tematica dello show e una narrazione concitata che non lascia respiro allo spettatore.
Presi dalla frenesia di tirare le fila della storyline principale, gli autori mettono da parte le trame secondarie e si concentrano sull’inevitabile dissoluzione della “famiglia” di Annalise che porterà al suo tentato omicidio. Per la prima volta, la Keating appare incapace di mantenere il controllo totale sulle persone, che da sempre la contraddistingue: dopo il rifiuto di Bonnie nella scorsa puntata, l’invincibilità del gruppo nell’aula di tribunale viene messa in discussione senza mezzi termini e i giovani avvocati sono sempre più consapevoli dell’influenza nociva di Annalise sulle loro azioni.
Ovviamente, a subire il danno maggiore è Wes, il figlio mancato di Annalise:l’ambigua attrazione nei confronti della sua mentore si trasforma sempre più in diffidenza e sospetto, alimentati dal senso di colpa per l’omicidio di Sam che costituiva il fulcro della prima stagione. È lui a convincere Catherine ad accettare il patteggiamento, ma le motivazioni dietro a questa scelta sono duplici: da un lato Wes cerca un’ultima, disperata via di redenzione per il crimine da lui commesso; dall’altro l’odio verso la persona che Annalise lo ha costretto a diventare lo spinge a sabotare dall’interno la sua strategia difensiva.
Ed è qui che ci possiamo ricollegare alle parole del filosofo tedesco. Come Annalise ha sempre detto ai suoi allievi, il compito di un avvocato non è scoprire la verità, ma rendere credibile la propria versione della verità senza porsi alcuna remora sul piano etico. In questi due episodi il mantra dei protagonisti diventa la causa scatenante del loro disfacimento morale e psichico, a partire dal colpo di scena che chiude “Hi, I’m Philip”. A differenza di quanto imposto da Annalise, i sentimenti personali condizionano il giudizio dei Keating Five, Wes e Michaela sopra tutti, e trasformano l’inquietante Philip nella vittima sacrificale perfetta per garantire la libertà a Catherine e Caleb. La violazione delle crudeli regoli di Annalise, tuttavia, ha un prezzo carissimo: la scoperta della complicità di Catherine e Philip, figlio oltretutto di un incesto (sempre in linea con il tema caro alla serie della perversione della famiglia tradizionale), si risolve in un ennesimo tentativo fallito da parte dei ragazzi di preservare la propria fiducia nel prossimo, disillusione che porterà ai frenetici fatti di sangue raccontati in “What did we do?”.
In questo episodio viene finalmente fatta chiarezza sui flashforward che hanno scandito il ritmo della stagione finora, ma, com’era già accaduto per l’omicidio di Sam, le convinzioni degli spettatori vengono ribaltate e a ricoprire il ruolo di deus ex machina è, inaspettatamente, Asher, personaggio mantenuto ai margini degli eventi nella prima stagione che qui invece subisce una drammatica evoluzione individuale. Il suicidio del padre e i conseguenti sensi di colpa, uniti alla mancanza di un vero sostegno da parte dei suoi compagni, spingono il ragazzo ad uccidere la Sinclair e a dare il via agli eventi di villa Hapstall, ma la drammaticità degli eventi è carica di ironia beffarda: Annalise, a insaputa di Asher, è la vera causa del suicidio del padre e adesso tocca a lei insabbiare l’ennesimo errore mortale dei suoi allievi.
L’ambiguità di Annalise, la sua volontà di plasmare le menti dei suoi allievi e al tempo stesso di manipolarle a proprio vantaggio raggiunge qui vette iperboliche. La sciarada imbastita dalla Keating per incastrare Catherine, imputata da difendere ad ogni costo trasformata in capro espiatorio, serve a proteggere i ragazzi agli occhi della giustizia ma al tempo stesso Annalise scarica su di loro ogni responasabilità: la morte della Sinclair è la conseguenza finale della loro complicità nell’omicidio di Sam.
Tutta la caotica sequenza di preparazione segue un ritmo inesorabile grazie a un montaggio sincopato e a una regia che usa vari punti di vista e continui salti temporali per immergere lo spettatore nello stato mentale confusionario dei protagonisti. Annalise stessa si rivela più disperata che risoluta nel mettere in atto il suo inganno: la sicurezza del gruppo passa in secondo piano e l’unica cosa che conta è far valere le proprie ragioni, anche a costo di indurre i suoi stessi allievi a spararle.
Ma, come era accaduto nell’episodio precedente, la presunta onnipotenza di Annalise genera un’anomalia all’interno del suo piano, e questa anomalia è nuovamente incarnata da Wes. La rivelazione sulla sorte di Rebecca, pronunciata non come ammissione di colpa ma come ultima richiesta di fedeltà al suo pupillo, funge da epifania per il giovane, ormai privato della poca fiducia che aveva riposto nella sua insegnante, che lo porta a macchiarsi nuovamente le mani di sangue.
Il figlio parricida, dunque, cerca di uccidere la propria madre. Il rapporto tra Annalise e Wes ha sempre avuto delle connotazioni familiari, e il plot twist finale, che prepara il terreno per la seconda metà di stagione, non fa altro che rafforzare quelle che fino ad ora erano soltanto sfumature nelle dinamiche tra i due protagonisti. La seconda annata di How to Get Away with Murder continua quindi ad alzare il livello di spettacolarità senza lesinare sui colpi di scena e riesce a non far calare l’attenzione del pubblico tenendo fede alla regola di base della serialità: riproporre sempre se stessa senza risultare mai banale.
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