
I creatori e produttori dello show sono Alfred Gough e Miles Millar (Smallville), ma la paternità e l’ispirazione della serie vanno ricercate in un caposaldo della letteratura classica cinese, Il Viaggio in Occidente, tradizionalmente attribuito a Wu Cheng’en. Nel romanzo originale un guerriero-scimmia invincibile, dopo innumerevoli avventure, parte in compagnia del suo maestro per portare in India i Sutra e, attraverso il viaggio e la sua natura educativa e salvifica, raggiungere l’illuminazione.

La prima stagione di Into the Badlands sarà composta da sei puntate e, data la sua brevità, viene identificata dagli autori come un unico “superpilot”. Se simili dichiarazioni potrebbero farci supporre una lentezza narrativa di fondo, questo primo episodio basta a farci ricredere: in quaranta minuti veniamo trascinati in un mondo costellato di duelli all’arma bianca, schiavi e trafficanti di uomini, eserciti personali, superpoteri, tresche amorose degne della migliore soap opera, lotte per il potere, oggetti misteriosi e città dimenticate che fanno pensare a quel prodotto seriale che fa dello stupore momentaneo – a discapito di una pianificazione mirata e orizzontale della trama – la propria pietra angolare. Questa scelta narrativa rende la fruizione della puntata poco fluida e solo una regia piuttosto agile riesce a porre il giusto accento su quelli che sono i protagonisti e le vicende che li riguardano.
All’ini
La decisione di fondere sci-fi e narrazione post-apocalittica con il racconto cinese è ammirevole, tuttavia i tipici combattimenti corpo a corpo potrebbero risultare un tasto dolente. Gli anni Ottanta e Novanta avevano visto un progressivo abbandono di questo tipo di scene che erano state relegate ai prodotti di nicchia; solo negli ultimi anni il cinema le ha riproposte, inserendole in un’estetica fumettistica di più ampio respiro. L’obiettivo della serie sembra essere simile e i mezzi per farlo non mancano: i duelli, perlomeno ad un occhio inesperto, sembrano ben curati anche a livello stilistico, e la regia fa il suo dovere nel non appesantire esageratamente. Il rischio è sempre quello di andare oltre il giusto limite perdendo di vista il sentiero tracciato dal cinema di Tarantino e rendendo lo show troppo simile a Walker Texas Ranger.

Risulta evidente com
Quaranta minuti di pilot sono troppo pochi per esprimere un giudizio sensato su una nuova serie tv, anche quando la puntata corre velocemente cercando di raccontare troppo in troppo poco tempo. Al momento lo show si configura come il più classico dei guilty pleasure (una serie in cui un cinese tatuato che scorrazza in moto per lande desolate, scanna i nemici con la katana e, nonostante tutto, rimane il buono della situazione, è un sogno proibito che non sapevo di avere), abile nell’utilizzare idee vecchie per ricreare qualcosa di nuovo. Il destino di Into the Badlands resta invece un’incognita: sarà in grado di elevarsi sfruttando i propri punti forti o naufragherà in un vano autocompiacimento annegando nell’immensità dei suoi temi?
Voto: 6+
