
Come sottolineato nella recensione della seconda stagione, la famiglia Rayburn è arrivata molto gradualmente a meritare una terza annata, quantomeno per chiudere le linee narrative lasciate in sospeso. Tuttavia un rinnovo ad oggi è molto difficile e non sono pochi i rumor che preannunciano una cancellazione prematura all’orizzonte.
Con il termine della seconda stagione però è possibile inquadrare Bloodline come una serie che, nel mettere in scena un family drama estremamente sofisticato, lavora narrativamente sul punto di vista, spostandolo da una parte all’altra tra la prima e la seconda annata, facendo dello spettatore parte integrante del sistema narrativo della serie.

Sono la scelta del punto di vista adottato e il ruolo attribuito a Danny nell’economia della narrazione le due variabili principali, le quali non possono che essere interdipendenti e proprio dalla loro giustapposizione viene definito il cambio di paradigma tra una stagione e l’altra.

Nella prima stagione Danny funge da testa d’ariete degli autori, colui che sfonda il muro di ipocrisie e delle collaudate autodifese dei Rayburn e accompagna lo spettatore all’interno di una famiglia a prima vista meravigliosa – così come la location in cui è situata –, ma che dopo poco lascia intravedere una quantità incalcolabile di scheletri nell’armadio. Il ritorno di Danny innesca tutti gli antivirus possibili, viene accolto da quasi tutti come un fulmine a ciel sereno, come un germe da debellare. Ed è proprio questo che succede: la famiglia si dimostra infatti un organismo autosufficiente caratterizzato da una grande resilienza e capacità di liberarsi della sua cellula cancerogena attraverso il soggetto più irreprensibile, il solo che può prendersi in carico questa responsabilità.

La presenza dello straordinario attore conferma una volta di più quanto la riflessione sul punto di vista e sui fantasmi nascosti nei meandri dei segreti familiari siano il cuore del racconto, per cui non importa tanto giustificare la presenza del personaggio dal punto di vista narrativo (domanda di chiunque al momento dell’annuncio), quanto continuare a fare di Danny il traghettatore principale della serie, il mediatore tra lo spettatore e i personaggi rimasti. L’ex pecora nera di casa Rayburn attraverso la morte passa a vita eterna nella testa e nei sensi di colpa dei suoi familiari. L’omicidio infatti ha definitivamente rotto il velo di maya che proteggeva il nucleo familiare dall’esterno, danneggiando, ancor prima la sua immagine, la coscienza degli elementi coinvolti. Se nella prima stagione Danny era un fantasma del passato tornato a rovinare una vita fatta di felicità posticce, nella seconda diventa realmente il demone con cui tutti devono scendere a patti, il fantasma che li perseguita con ogni mezzo, dalle memorie del passato all’eredità del presente incarnata dal figlio.

La follia di Danny passa senza soluzione di continuità a Kevin, personaggio completamente fuori controllo e vittima costante delle proprie innumerevoli paure. Kevin non sarà mai John, non riuscirà mai a riprodurre la sua perfezione professionale e familiare, ma al contempo sarà sempre in difficoltà nell’incarnare l’anarchico approccio alla vita di Danny, non dimostrando mai di poter tenere sotto controllo la situazione, sia quando si tratta di aver a che fare col crimine sia con l’uso di droghe.
È su John però che si abbattono più violentemente le conseguenze della morte di Danny, perché è lui ad avere sulle spalle la maggior fetta di responsabilità. John era l’uomo perfetto, il marito e padre ideale, uomo di legge abituato a superare da solo ogni ostacolo sulla strada sua e dei suoi parenti. L’omicidio del fratello gli fa crollare fino all’ultimo mattone della cattedrale valoriale a cui sempre si è appoggiato, trasformandolo in un cane in gabbia, in un uomo senza neanche più la forza di guardare in faccia alla propria madre senza essere divorato dal senso di colpa, perennemente terrorizzato dal perdere l’unica cosa che lo rendeva il migliore, ovvero la sua purezza pubblicamente riconosciuta. Il primo piano del suo sguardo distrutto dalla vergogna nel momento in cui sua moglie scopre la verità sulla morte di Danny è uno dei momenti più potenti della stagione, che non a caso gioca proprio sulla dialettica tra immagine pubblica e privata, sull’assoluto disagio provato da John una volta che per tutti è diventato (o sta diventando) Danny.
Sarebbe un peccato non dare una meritata conclusione a questa storia che, in maniera quasi sempre riuscita, ha dimostrato di saper e voler sperimentare, di voler battere nuove strade dal punto di vista narrativo, sfruttando al meglio le tecnologie contemporanee, costruendo un intreccio fatto apposta per il binge watching in cui il punto di vista dello spettatore viene messo al centro del racconto in modo da metterlo a stretto contatto con i fantasmi della famiglia Rayburn.

Purtroppo la serie 2 senza denny perde l’anima
Io trovo invece che è proprio la nuova gestione del suo personaggio a rendere questa seconda stagione speciale e complementare alla precedente, come ho cercato di illustrare in questo approfondimento.