Giunti al termine della terza stagione – e con la consapevolezza del rinnovo per una quarta annata –, possiamo affermare con certezza che lo spietato ed esilarante ritratto della tecnocrazia della Silicon Valley messo a punto da Mike Judge non accenna a perdere colpi, ma anzi, pur non rivoluzionando la sua formula vincente, continua a perfezionarsi con il procedere del racconto.
La serie HBO si è infatti imposta fin da subito per il modo in cui riesce a sfruttare l’ambientazione della Silicon Valley non solo come un inesauribile serbatoio di spunti comici e satirici, ma anche come perno su cui costruire una trama articolata e avvincente – un elemento questo se non inedito comunque ancora assai raro nel panorama comedy.
Pur continuando a fare affidamento su una certa ciclicità narrativa, data dal continuo alternarsi di ostacoli, fallimenti e successi che caratterizza il percorso di Pied Piper, quest’anno il racconto è risultato più organico, grazie a una cura dei dettagli ancora più evidente che in passato. Emblematico di questo atteggiamento è proprio il finale di stagione, “The Uptick”, in cui gli autori sono riusciti a far convergere tutte le storyline all’apparenza secondarie in un perfetto meccanismo narrativo: dal fallimento di Bachmanity, alla compravendita del blog, fino al licenziamento dell’addetta al reperimento degli animali-metafora di Gavin, tutto concorre all’ennesimo salvataggio in extremis della compagnia da parte di Erlich e Big Head. Ecco quindi che il finale, pur riproponendo una formula ormai familiare, soddisfa per il modo in cui tutte le parti si incastrano tra loro, andando a porre le basi per una maggiore coesione narrativa con l’ufficiale ingresso di Bachman, Nelson e Monica nel team.
La ripetitività di certi schemi è poi bilanciata da svolte narrative che giocano esplicitamente con le aspettative di chi guarda, donando alla storia un certo grado di imprevedibilità e impedendo così che perda di freschezza: ne sono due esempi lampanti (e geniali) l’idea di costruire clandestinamente la piattaforma e la realizzazione della video chat. Nel primo caso lo splendido omaggio al genere dell’heist moviesul momento sembra dare avvio a un arco narrativo accattivante e pieno di potenziale, per poi essere brutalmente cancellato dopo pochi minuti dalla goffaggine di Richard, con esiti tragicomici; allo stesso modo l’applicazione dell’algoritmo alla video chat da parte di Dinesh – le cui capacità vengono continuamente messe in dubbio – ci viene presentata come un’invenzione banale, utile solo a verificare la prestanza fisica delle ragazze, per poi rivelarsi, almeno al momento, il miglior impiego della creazione di Hendricks.
E proprio qui risiede un’altra gradita novità di questa stagione: se in passato gli ideali di Richard si sono dovuti continuamente scontrare con il pragmatismo e l’avidità della Silicon Valley – quest’anno incarnata anche dalla new entry Jack Barker – andando a creare una dicotomia abbastanza netta tra buoni e cattivi, verso il finale il quadro si complica, aprendo il racconto verso prospettive inedite. L’assenza di utenti attivi sulla piattaforma sposta infatti il discorso su un piano diverso, evidenziando ilgap, almeno all’apparenza incolmabile, tra la genialità di Richard e i bisogni delle persone, e rendendo così l’insistenza di Jack nei confronti della produzione della “scatola” molto più condivisibile. “Daily Active Users”, il miglior episodio della stagione e forse della serie, getta così lo sguardo al di là della Silicon Valley, riuscendo in soli trenta minuti a tratteggiare il divario e al tempo stesso le ricadute che le dinamiche della Valle hanno sul mondo esterno, dall’incomunicabilità tecnologica – con l’esilarante scena del focus group – alle click farm asiatiche, cui è dedicata la bellissima sequenza dei titoli di coda.
La qualità della scrittura emerge inevitabilmente anche dalla cura riservata ai personaggi: se Gavin, Jack e Laurie sono poco più che efficaci simboli delle perversioni della Valle, al contrario il team di Pied Piper acquisisce man mano sempre più tridimensionalità, grazie al progressivo accumulo di dettagli e sfumature che svincola i caratteri dalla mera etichetta di nerd. Pensiamo ad esempio alla convinzione con cui Richard cerca di riprendersi la carica di CEO, a come Erlich rimane in bilico tra genialità e totale incompetenza, o alla decisione di Jared di affidarsi a una click farm. Lo show si addentra in territori più cupi, senza aver paura di mettere in scena conflitti, momenti di crisi e difetti dei suoi protagonisti, sfruttandoli non solo come spunto comico, ma anzi, soprattutto per renderli più umani. Il tutto senza mai rinunciare alla sua anima comedy, che continua a spaziare efficacemente dalla slapstick al politicamente scorretto e alla satira vera e propria, con trovate geniali e divertentissime – il labirinto di server, gli animali-metafora di Gavin, i conjoined triangles di Jack – che mostrano come lo show non abbia perso neanche un po’ della freschezza dell’esordio.
In definitiva, anche quest’anno Silicon Valley ci ha regalato un’ottima stagione, raggiungendo dei picchi qualitativi (con “Meinertzhagen’s Haversack” e “Daily Active Users”) davvero notevoli che non fanno che confermarla come una delle comedy più divertenti e innovative in circolazione.
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