Dopo il successo di Daredevil e Jessica Jones, con Luke Cage Netflix va ad aggiungere un nuovo tassello al suo personale progetto di espansione del Marvel Cinematic Universe, che culminerà con l’atteso crossover The Defenders.
Vera e propria gallina dalle uova d’oro delle grandi case di produzione, negli ultimi anni il racconto supereroistico ha conosciuto, sia al cinema che in tv, una proliferazione senza precedenti e apparentemente ignara del rischio di saturazione che operazioni mastodontiche come queste possono comportare sul lungo periodo. Un rischio che però a ben vedere la Casa delle Idee, soprattutto nei prodotti nati dal sodalizio con Netflix, sta cercando di aggirare sfruttando a pieno il carattere proteiforme del genere, andando di volta in volta a ibridarlo con tematiche in grado di dialogare e arricchirne i topos più classici.
Jessica Jones e, a giudicare dal pilot, Luke Cage, sono due esempi emblematici di questo atteggiamento: entrambi gli show acquisiscono un valore che trascende quello del mero prodotto d’intrattenimento proprio grazie al modo con cui riescono a servirsi della popolarità dei comic per impostare discorsi per nulla scontati sulla figura della donna e sulle minoranze, ma anche, a livello extra-diegetico, sul tema dell’inclusività – seguendo peraltro in questo senso la politica adottata dalla stessa Marvel sul medium cartaceo.
La serie di Cheo Hodari Coker non si limita infatti a mettere per la prima volta un supereroe afroamericano al centro della narrazione, ma fa della comunità di Harlem il vero cuore pulsante dello show, iniziando lentamente a dipingere un affresco in cui realismo ed elementi di genere sembrano amalgamarsi alla perfezione. Forti della familiarità dello spettatore con il personaggio derivante dalla sua apparizione in Jessica Jones, gli autori decidono di operare una scelta coraggiosa, lasciando il protagonista e i suoi poteri sullo sfondo per buona parte dell’episodio, mettendo in scena la sua routine per presentare i nuovi attori del racconto. Si tratta di personaggi per ora solo abbozzati, ma che pur ricalcando tipi e situazioni tradizionali lasciano intravedere buoni margini di sviluppo: sul versante dei villain ci viene presentata una classica alleanza tra politica e criminalità – incarnata rispettivamente da Mariah Dillard e Cornell “Cottonmouth” Stokes –, che almeno per il momento sembra guardare forse troppo da vicino alla prima stagione di Daredevil; mentre su quello dei comprimari la detective – nonché love interest di Cage – Mercedes “Misty” Knight mostra di avere tutto il potenziale per imporsi come un personaggio forte e dotato di una maggiore autonomia rispetto alle figure femminili della serie del Diavolo Rosso.
Ed è in questo contesto estremamente locale che si inserisce il percorso di Luke Cage, la cui efficacia deriva non tanto dal suo passato oscuro e tormentato o dalle contraddizioni insite nell’accettare un potere che gli è stato imposto contro la sua volontà, ma proprio dal suo essere, in definitiva, un “neighboorhood hero“: se i cinecomic ci hanno ormai assuefatto a minacce mondiali e cosmiche spesso indistinguibili una dall’altra, Luke Cage costituisce un ulteriore affermazione dell’inversione di tendenza rappresentata dalle serie Marvel-Netflix, in cui la riduzione di scala permette l‘instaurazione di un rapporto più intimo tra lo spettatore e la figura dell’eroe, che così acquisisce maggiore concretezza e personalità. Cage, almeno per ora, non è destinato a salvare il mondo, ma ciò non va a sminuire, bensì a potenziare il valore delle sue azioni; ecco quindi che la semplice difesa di un ristorante cinese dalle pretese della criminalità organizzata si va a porre come vero e proprio climax dell’episodio, sancendo la presa di posizione del protagonista nei confronti del ruolo dell’eroe.
Infine, una menzione a parte va riservata all’ottima messa in scena: se la fotografia ricorda da vicino, soprattutto nelle numerose sequenze in notturna, la palette di Daredevil, un ruolo fondamentale è svolto dalla colonna sonora, vero e proprio fiore all’occhiello di questo pilot che, agendo sul doppio fronte diegetico ed extra-diegetico, fa da perfetto contrappunto agli snodi del racconto, contribuendo in maniera determinante al world building dello show. Non mancano poi, nonostante il carattere preparatorio dell’episodio, alcune sequenze action, le quali non risultano mai fini a se stesse, ma anzi mostrano una peculiare intelligenza e raffinatezza: pensiamo al bel montaggio alternato tra la sparatoria e l’esibizione al locale di Cottonmouth, all’utilizzo che viene fatto dell’iconografia di Notorious B.I.G. per delineare la personalità del villain, o infine all’uso del ralenti per sottolineare l’indistruttibilità di Cage. Luke Cage, così come Daredevil e Jessica Jones, sfrutta a pieno le libertà che gli derivano dal suo essere svincolato dall’etichetta di prodotto per famiglie, dando vita a un racconto cupo, violento ed estremamente radicato nella realtà newyorkese.
In definitiva “Moment of Truth”, nonostante il tono prevalentemente introduttivo, sembra far propri i punti di forza dei suoi predecessori senza rinunciare a imporre la sua personalità, mostrando così di avere tutte le carte in regola per diventare l’ennesima scommessa vinta dal sodalizio Marvel-Netflix.
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