
Nata dalla collaborazione fra i tre colossi SKY, HBO e Canal +, The Young Pope è senza dubbio la serie italiana – ma sarebbe lecito definirla europea, se non proprio internazionale, per l’ampio spettro di provenienza del cast coinvolto – più attesa dell’anno, scritta e diretta dal regista italiano (vincitore del Premio Oscar per La Grande Bellezza) Paolo Sorrentino, che è riuscito ad imporre negli ultimi anni un proprio standard visivo e registico dirompente sul grande schermo. A prescindere dalle opinioni che se ne possano avere, infatti, Sorrentino non è un regista che passa inosservato e non fa assolutamente nulla per provarci: le sue immagini sono roboanti, il suo stile artificiale ed artificioso fino all’inverosimile, alla costante ricerca di una scintilla emotiva ed estetica, più che attento alla maniacale cura per una sceneggiatura che spesso lavora per giustapposizioni o suggerimenti.

Pensare a Paolo Sorrentino alle prese con una serie televisiva significa anche domandarsi in che modo possa un regista così visionario “contenere” il proprio estro e sacrificarlo in parte al necessario altare della trama, elemento indispensabile per seguire una serie televisiva che richiede una decina di ore (tanto più in un formato di rilascio settimanale, dunque schiava della necessità di attrazione del pubblico); un pericolo tanto più concreto considerando che i primissimi minuti del pilot si sviluppano proprio nelle modalità narrative solite del tocco sorrentiniano. Il regista napoletano, però, non cade nella trappola e rapidamente si instrada su un percorso che, pur non lesinando del proprio personalissimo stile, sa rientrare con efficacia nella scrittura di una trama complessa e vibrante.

Jude Law in questo è una scelta assolutamente azzeccata perché rappresenta la quintessenza del “feticcio” attoriale di Sorrentino: pur conservando la luminosità di quegli occhi che lo hanno reso celebre, Law sembra più che altro caratterizzato da una bellezza decadente, un lento sfiorire che ben si adatta alla figura di un uomo bello, alla ricerca del sacro in un contesto, però, di vecchiezza. Il suo personaggio non ha nulla di edificante, ma appare essere al momento il più lucido dei fanatici, il più sognante dei passatisti. I gesti e le espressioni di Jude Law entrano in profondità del personaggio sia nell’alto ufficio papale sia nei momenti di più intima umanità, in cui si mostra in tutta la sua fragilità di orfano senza risposte. Sullo sfondo giace il Vaticano, ormai solo un rimasuglio del grande Stato Pontificio (chissà per quanto ancora nella realtà filmica); eppure in esso si concentrano gelosie, vendette, tradimenti, scandali. Se c’è un luogo in cui si è conservato intatto il grande gioco delle corti medievali è proprio presso l’istituzione più antica ancora rimasta nel mondo occidentale. Questa ricorsività del tempo ritorna negli ambienti, così esageratamente volgari, così antichi e fuori dal tempo e che accolgono suore e cardinali altrettanto caduchi.

Accanto a questi due campioni si sviluppano altri personaggi su cui la storia si soffermerà con più calma, in particolare sul personaggio di Suor Mary interpretato dal premio Oscar Diane Keaton. È proprio la donna, che ha cresciuto il futuro Vicario di Cristo, ad alimentare la sua convinzione di essere l’Eletto, “l’unto del Signore”, colui il quale ha il compito di riportare la Chiesa al proprio antico e primigenio valore. È proprio questa, infatti, la direzione verso cui sembra intenzionata a muoversi la trama che fa tesoro, rielaborandoli, di alcuni grossi titoli degli ultimi anni tra cui particolarmente percepibile è l’influenza di House of Cards, per una rappresentazione del potere senza alcuna censura (pur con una drammatizzazione necessaria e conforme al racconto).

Quando il 21 ottobre SKY darà il via a questa avventura, perdersi questo esordio sarebbe un gravissimo errore: perché questi due episodi sono potenti e virtuosi, figli della creatività di un regista che non si tira mai indietro e cerca costantemente nuovi mezzi e nuove parole per esprimere il proprio valore. Chi non ha a cuore lo stile sorrentiniano non dovrà però soffrire molto perché il suo tocco è qui meno evidente (anzi, sarebbe meglio dire meno invadente) soprattutto nel secondo episodio, anche se non mancherà di suscitare qualcosa di nuovo in chi invece ne ha apprezzato lo stile in passato.
Voto 1×01: 8
Voto 1×02: 8 ½
