
What’s there not to love about the town of Stars Hollow?

Come per la maggior parte delle serie (e in generale, dei prodotti mediali) che lasciano un segno nella cultura popolare, infatti, Gilmore Girls si distingue per la capacità di creare un universo condiviso: Kirk, Miss Patty, Mrs. Kim, Jackson, Gypsy, Babette e tutta l’umanità varia ed eventuale che lo popola sono elementi così familiari ai fan della serie da suscitare spesso molto più affetto dei personaggi principali.
Merito dei coniugi Palladino, maestri nella creazione di questi piccoli mondi cartoonish – non solo in Gilmore Girls ma anche nel delizioso e molto sottovalutato Bunheads – e affascinanti come le città nelle palle di vetro con la neve, irreali come un’illustrazione perfetta in ogni dettaglio, ma anche insensate nelle logiche e nel funzionamento.
A partire dalla sua cartografia completamente casuale (che in “Summer” viene sottolineata dall’impossibilità per le stesse Lorelai e Rory di orientarsi nella consegna dei giornali), fino alle impossibilmente costose iniziative cittadine come giganteschi festival dalle scenografie imponenti e musical con attori di Broadway, Stars Hollow è il nonsense totale, quello che domina l’umorismo e il tono della serie e che viene reso sostanza fatta di muri, arredamenti curatissimi e negozi dalla totale inutilità commerciale.
The thing about Gilmore Girls is that it’s such a specific voice, and I lived with it for so long before it got on the air. It’s a very specific rhythm and a very specific banter.
(Amy Sherman-Palladino)

È una sorta di “Stars Hollow Experience”, che mantiene intatto il fascino originario ma che ci immerge più profondamente nei suoi segreti, nei particolari nascosti o soltanto intuiti nella versione originale. Dal punto di vista visivo (così come di quello narrativo, almeno rispetto al finale della serie) questa nuova stagione è quasi un Director’s Cut, che ha molte analogie dal punto di vista del risultato con operazioni come la riedizione della Trilogia Originale di Star Wars fatta da George Lucas negli anni ’90; vediamo Stars Hollow come era stata sempre nelle intenzioni dei creatori, che non avevano potuto mostrarcela fino in fondo all’epoca per ragioni di budget e potenzialità del mezzo.
Il fascino di Stars Hollow resta di sicuro innegabile, anche se molte delle qualità originarie della serie sono leggermente mutate, a volte in favore della ricerca di momenti di extravaganza fini a se stessi che portano la strizzata d’occhio allo spettatore da complice a quasi forzata: come la storyline di Paul già sottolineata, o i riferimenti fin troppo insistiti alla pop culture che comunicano un’ansia di coolness che tradisce un po’ lo spirito più propriamente eccentrico, citazionista e retrò che caratterizzava Gilmore Girls dieci anni fa.

È un quesito piuttosto difficile, che ha molto a che fare con gli stessi meccanismi del fandom che hanno fatto gridare al sacrilegio al momento del remake di Ghostbusters, o che popolano i siti cinematografici di analisi infinite sulla fedeltà al fumetto del nuovo costume di SpiderMan. Impossibile dire se questo tipo di conservatorismo nerd sia qualcosa che nuoce a questo genere di prodotti, o sia un mezzo per preservarne intatte le caratteristiche che li rendono così potenti in termini identificativi.

L’immutabilità di questo ambiente, il suo essere refrattario ad ogni cambiamento, sottolineato ironicamente fin da subito dalla “ribellione” contro i parchimetri, il suo provincialismo, la mancanza di qualsiasi elemento sociale che si distacchi (con l’eccezione della famiglia Kim) dal prototipo del bianco benestante del New England, la condiscendenza con cui si guarda alle nuove generazioni – di cui la Thirty Something Gang è geniale e fulminea sintesi – sono elementi da sempre presenti nello show ma che, visti con gli occhi di oggi, suonano fuori contesto e spesso anche irritanti.

Stars Hollow ci appariva, dieci anni fa, come un’oasi di eccentricità deliziosa, il posto dove chiunque poteva essere se stesso, scelto da Lorelai per crescere sua figlia fuggendo dal conservatorismo WASP della sua famiglia. Oggi, la carineria e la dolcezza di questi outsider da cartolina appaiono un po’ troppo forzate, di una sdolcinatezza fittizia, quasi che fossero tutti impiegati di un parco a tema che a fine giornata si toglieranno i costumi in un camerino dietro quelle perfette e scenografiche ambientazioni, per ricominciare con la stessa recita il giorno dopo, sempre identica a se stessa.
Forse è perché siamo tutti cresciuti e diventati più cinici e disincantati, forse è perché la realtà dei tempi ci rende ipersensibili a temi e problematiche di cui all’epoca non ci saremmo mai preoccupati, e certo non si può dire che non ci sia bisogno di un po’ di buoni sentimenti in questo freddo mondo.
Ma non si può negare che, facendo il bilancio di questi quattro episodi di A Year In The Life, la sensazione sia quella di una tazza di caffè decisamente annacquata, e forse un po’ troppo zuccherata.
