
L’episodio pilota si apre con una scena di guerra in Afghanistan in cui Caulder (Kyle Schmid), Buddha (Juan Pablo Roba) e Bear (Barry Sloane) agli ordini di Rip (Walton Goggins) sono sulle tracce di Muttaqi, un evanescente leader talebano. Due anni dopo Rip ha lasciato il Team Six e si trova in Africa dove lavora come mercenario quando, durante un attacco di Boko Haram, viene preso in ostaggio assieme ad alcune studentesse e alla loro insegnante. Compito dei suoi ex commilitoni, ai quali si è aggiunta la nuova recluta Chase (Edwin Hodge), sarà recuperare e trarre in salvo l’ex comandante.

Uno spettatore esigente, abituato ad un altro genere di introspezione, non riuscirà a sopportare a lungo la totale assenza di guizzi e di prospettive originali nell’affrontare tematiche così rilevanti; chi, invece, apprezzasse uno show lineare i cui protagonisti, nonostante le beghe interne (sembra che se un Marine non mette le mani al collo di un altro nei primi venticinque minuti lo show non possa essere prodotto), arrivato il momento clou mettono tutto da parte e, coprendosi le spalle a vicenda, portano a compimento la missione, troverà pane per i propri denti.

Anche le scene d’azione, caratterizzate da un montaggio frenetico e da una regia confusionaria fatta di tagli, shaky camera e scene notturne, non riescono a riprodurre la tensione e l’eccitazione di uno scontro reale. I personaggi, più che su un campo di battaglia in cui sono in gioco le loro vite, sembrano impegnati in una partita di paintball particolarmente coinvolgente, fallendo miseramente nel raccontare la guerra.

Alle spalle dello show ci sono William Broyles (“Apollo 13”) e il figlio David, e nomi del genere, provenienti dall’ambiente cinematografico, potevano far sperare in qualcosa di meglio. L’aspetto più sconcertante è la pressoché totale mancanza di potenzialità e future prospettive di miglioramento. Six non presenta errori macroscopici, ma un’inesorabile sensazione di già visto assale lo spettatore fin dalle prime scene e non lo abbandona più. Alla luce di un simile approccio – con la regia che non fa nulla per elevarsi dalla mediocrità generale e la recitazione che si adegua spontaneamente ad una sceneggiatura insipida e quasi offensiva nel tratteggiare il genere femminile – è difficile non solo prevedere ma anche immaginare un prosieguo felice della narrazione.
Voto: 4/5

Devo fare due premesse o precisazioni nei confronti dell’autore:
1) I Marines sono un’altra cosa, e fanno parte di un’altro corpo
La US NAVY, cioè la Marina.. ha i marinai ..
2) Sara steriotipato o meno, ma bisogna riconoscere il grande lavoro dei consulenti tecnici nel proporre un prodotto più verosimile alla realtà .. riproducendo linguaggio tattico e motorio.. dai movimenti all’equipaggiamento.. il che, porta a rendere lo show…. TRIPLA AAA!
Come o quasi fosse una produzione di Micheal Bay, anche se un kolossal come 13 Hour è distante.. saluti.