
Non stupisce che i produttori, fra cui la stessa Christina Ricci, abbiano voluto mettere in scena la vita e il rapporto di questi due personaggi così intensi e tormentati – protagonisti e al tempo stesso vittime di quella jazz age che, nella feroce e vivace spinta verso la modernità, portava con sé anche la tragicità della disillusione, scaturita dalla comune consapevolezza di non poter più affidarsi ai precedenti schemi culturali e morali. La scelta di concentrare la narrazione su Zelda rispecchia l’intenzione degli autori di voler donare più spazio alla personalità di una donna che, fin troppo spesso, viene descritta solo come l’ombra del più celebre marito.

Prendendo in esame soprattutto la prima metà della stagione, la risposta sembra purtroppo essere negativa. L’insistenza con cui viene mostrata la trasgressione dei coniugi Fitzgerald non è accompagnata da un’adeguata messa in scena della genesi stessa da cui scaturiscono questi comportamenti, rendendo la narrazione dei personaggi priva dello spessore che meritano. A partire dal pilot, dov’è presentata la giovanissima Zelda di Montgomery, decisa a non sottostare alle regole bigotte della sua famiglia, fino alla scintillante vita che i due, una volta sposati, conducono a New York, tra feste scatenate e fiumi di alcool.
He basically married the heroine of his stories.

Tuttavia, gli episodi fanno capire ben presto che la Zelda idealizzata dal marito non sempre rappresenta quella vera, innestando così uno dei numerosi motivi che porteranno la coppia a scontrarsi. Questo si inserisce abbastanza bene nella critica di stampo femminista che, se risulta banale nel mostrare a tutti i costi gli atteggiamenti esuberanti di Zelda (con la chiara e sola intenzione di stupire), funziona invece quando – attraverso la scrittura delle pagine di diario, per esempio – ci fa scoprire genuinamente e senza sforzo il talento e il carisma della donna, che fin troppo spesso sono sacrificati o addirittura usati per far spazio al successo del marito, concorrendo a privarla di una dimensione esclusivamente propria.
I just can’t be like everyone else.
Quello a New York è forse uno dei periodi più cruciali per la giovane coppia: accanto al successo guadagnato da entrambi – grazie al primo romanzo di Scott, “Di qua dal Paradiso” – iniziano a spuntare anche le prime incomprensioni e i primi sintomi di quelli che saranno poi i gravi problemi (soprattutto di natura psicologica) che i due dovranno affrontare in futuro. È questo il momento in cui avremmo dovuto vedere con più chiarezza i due inseriti in un contesto al tempo stesso spensierato e angosciante, dove il pericolo di veder volare via il proprio successo porta entrambi a cadere in un vortice in cui si alternano vita mondana e paura del futuro. Per questi motivi, è proprio nel raccontare il periodo newyorchese che la serie si rivela abbastanza deludente: il passaggio – segnato soprattutto dal coraggioso cambio di look – dall’ancora insicura Zelda Sayre a quell’icona indelebile che sarà poi Zelda Fitzgerald, risulta frettoloso e superficiale. Non è di certo facile raccontare un’epoca affascinante e contraddittoria com’è stata quella della jazz age e, proprio per questo motivo, ci sarebbe dovuta essere una maggiore cura e un’occhiata più profonda sui sogni e sui tormenti dei protagonisti.

Manca, insomma, quell’occhiata introspettiva che permetterebbe di delineare il confine tra il divertimento e la trasgressione fini a se stessi e quella tendenza squisitamente decadente che caratterizza l’atmosfera del tempo, piena di spinte vitali e artistiche dedicate al progresso, ma costellata di un’insicurezza profonda, sintomo di chi sa bene cos’è che vuole lasciarsi alle spalle, ma non ha idea di cosa può e soprattutto vuole per il futuro.
Nobody has never measured, not even poets, how much the heart can hold.

In definitiva, la prima stagione di Z: The Beginning Of Everything, pur rivelandosi un prodotto tecnicamente ben fatto e piacevole da seguire, sembra non riuscire ad afferrare a pieno ciò che si è inizialmente proposta di mostrare, cadendo spesso proprio nei difetti da cui ha cercato di tenersi alla larga. In particolar modo, è difficile non avvertire una certa delusione per il fatto che gli autori non abbiano saputo sfruttare a pieno le potenzialità che potevano invece scaturire da una storia d’amore così tragica e passionale come quella nata tra i Fitzgerald. Tuttavia, la direzione positiva presa nelle ultime puntate accende la speranza per una seconda annata che potrebbe risultare più valida della precedente.
Voto: 6+

