
Non ci aspettiamo risposte, non ci sono più segreti da rivelare e soprattutto Lena Dunham palesemente non sta cercando di far convergere i suoi personaggi a livello emotivo, ma finisce per contrasto a creare inaspettate connessioni, identificazioni, raffronti che portano comunque le storie delle ragazze ad intrecciarsi come avvolte da un’inevitabile ragnatela. “Gummies” è un episodio emblematico in questo senso, per la sua capacità di portarci attraverso gli occhi di Hannah ad esplorare la visione altrui, ciò che gli altri vedono in lei, mettendo in connessione con la protagonista le realtà parallele che la circondano.
Well, I don’t have to be boring! I could be a cool single mom. Like, you know, Lorelai Gilmore!

Perché anche il più convinto liberal, colto, metropolitano e anticonvenzionale millennial, quando si tratta di paternità e maternità gioca secondo le regole: conosci una persona, ci stai insieme per un po’, raggiungi l’età giusta e un minimo di sicurezza economica e solo allora fai un figlio, oppure non lo fai perché altrimenti “la tua vita cambia”, seguendo la vulgata secondo cui l’avere figli dovrebbe corrispondere a una sorta di maturazione o comunque ad un upgrade della propria condizione di vita che porta con sé la rinuncia almeno in parte a ciò che si era prima.
Ad Hannah non manca soltanto la maturità emotiva comunemente intesa, le mancano anche un padre del bambino, la sicurezza economica e una vera identità su cui poggiare per costruire la sua vita futura; è l’ultima persona che penseremmo nella condizione di fare un figlio, che per lei sarebbe la scelta meno logica. E se, ci dice la Dunham, fosse questa logica ad essere sbagliata? Fare un figlio e sperare che tutto vada bene è così diverso dal farlo quando le condizioni sono perfette? Certo le condizioni di partenza non sono una garanzia per la felicità futura, per cui chissà se importa davvero fregarsene, e fare appunto la scelta sbagliata.
Nel grande dibattito, purtroppo ancora attuale, che circonda l’aborto, Girls sceglie quindi non una posizione militante, ma una posizione critica. Fatta salva la possibilità della scelta – che intelligentemente, nello scorso episodio, era stata data così per scontata da essere offensiva –, la domanda che ci si deve porre riguarda naturalmente le ragioni di questa scelta. La Dunham ci porta abilmente a riflettere sul fatto che la pressione sociale che induce all’aborto o alla scelta di non fare figli è in pratica uguale e contraria a quella che preme sulle donne più adulte per diventare madri.
La riflessione di Hannah, la sua apertura mentale alla reale possibilità di una scelta diversa, è il manifesto più chiaro di una posizione pro-choice che l’autrice ci potesse offrire.
Every time I look at your baby, I will see my own death.

Da una parte c’è l’infelicità della madre, la sua solitudine non minimamente alleviata dalla presenza di una figlia: se una delle spinte più forti alla maternità è la convinzione che ci garantisca un essere umano che starà accanto a noi per sempre, no matter what, Loreen è la prova vivente che questa è soltanto un illusione. Il rapporto madre e figlia è continuamente ribaltato e messo in discussione durante l’episodio, attraverso l’irresponsabilità di Loreen e la sua fuga alterata dal sovradosaggio di marijuana, offrendo ad Hannah uno specchio distorto di se stessa e la personificazione delle proprie paure, ma al tempo stesso anche la rassicurazione che non è poi così necessario essere responsabili, prevedibili e previdenti per essere un buon genitore.
Jesus, don’t worry about it. Kids are super easy. It’s being an adult that’s hard.

Grazie a loro Hannah incontra il proprio alter ego, ovvero l’attrice che la interpreta nel biopic: madre di 3 figli, attrice indie, coetanea di Hannah e perfetta personificazione delle scelte sbagliate.
La vertigine di Hannah, già alter ego di Lena Dunham, seduta sulle scale con la versione alternativa di se stessa a fumare e parlare di maternità, vita e ambizioni è finora uno dei momenti più memorabili di questa stagione: una dichiarazione di intenti e una presa di distanza dall’identificazione pedissequa tra autore e personaggio.

Il confronto con la realtà non tarderà ad arrivare neanche per loro probabilmente (così come per Marnie), ma Hannah come Ray è già profondamente immersa in essa e il loro percorso sembra essere davvero il turning point di una crescita accennata fin dalla première; una crescita che si sviluppa attraverso scelte narrative non convenzionali e improntante al realismo. Perché è solo attraverso gli eventi traumatici, e non grazie all’età anagrafica e alle tappe sociali, che ci si rende conto di essere diventati adulti.
Voto: 8
