
Qual è l’obiettivo di una serie come Girls? Molto difficile dirlo. Si può però affermare con certezza che, nonostante una direzionalità obbligata dal suo essere un racconto a puntate, la serie non vive di una struttura orientata, ovvero di una narrazione che specifica gli obiettivi e, dopo aver mostrato le strade per raggiungerli, gradualmente li conquista. No, Girls è esattamente il contrario di Twin Peaks. “Chi ha ucciso Laura Palmer?“ si chiedeva e ci chiedeva la serie di David Lynch e Mark Frost sin dall’inizio e tutto il discorso che seguiva era incanalato in un solco ben preciso, con un’altrettanto chiara destinazione finale (ed è proprio attorno a questa questione che ruotano alcune problematicità della seconda stagione di Twin Peaks, ma questa è un’altra storia).
Girls dal punto di vista narrativo si pone in una posizione antipodale, presentandosi sin dalla prima stagione non tanto come una serie dalla direzionalità orientata, bensì come distinta da una direzionalità “debole”, che rinuncia alla destinazione finale in favore dell’attenzione verso il processo. Se Twin Peaks (e tutte le serie di questo tipo) sono sintetizzabili graficamente attraverso una linea retta, la serie di Lena Dunham è molto più simile a una rete che stagione dopo stagione diventa sempre più ampia e complessa, incrementando sia il materiale narrativo – e quindi la porzione di mondo raccontato – sia la profondità dell’indagine, rendendo sempre più fitte le maglie di questa ipotetica rete.
This is the type of fun that we have. I steal yogurts and then we laugh about it. What the fuck are you doing?

È prematuro dirlo e ad oggi è naturalmente solo un’ipotesi in attesa di essere confermata o smentita dal series finale, ma “Goodbye Tour” somiglia molto a un finale anticipato, che da un lato ha le fattezze di un atto d’amore struggente – seppur non privo di momenti di forte criticità tra i personaggi – verso la serie e le sue protagoniste, ma dall’altro ha tutto il sapore di un pronti-via, una sorta di preparazione ai blocchi di partenza. Le quattro ragazze hanno sicuramente concluso un percorso ma per loro ne inizia un altro, proiettato totalmente nella vita adulta, che molto probabilmente verrà annunciato nel prossimo episodio.
I want you to know that the only reason that I am tolerating this insanely rude and inconsiderate behavior is the fact that every wise woman knows that the worse the engagement party, the better the wedding, ok?

“Goodbye Tour” rappresenta la sintesi perfetta di questa formula, dimostrando quanto il dialogo tra queste due facce che compongono l’identità della serie costituisca il propellente creativo principale. L’episodio è praticamente spaccato in due, ma, sebbene si tratti di una divisione apparentemente netta, le due metà sono tutt’altro che impermeabili. La prima ci presenta Hannah alle prese con le proprie decisioni e il proprio futuro, ma contemporaneamente fa spuntare di tanto in tanto riflessioni sull’amicizia e sul rapporto con le co-protagoniste della serie, preparando alcuni argomenti affrontati nella seconda parte. In quest’ultima, in maniera analoga alla prima, sebbene le questioni centrali ruotino intorno al gruppo, le conclusioni sono spesso indirizzate alle identità e al futuro dei singoli, con una particolare attenzione nei confronti di Hannah.
Pregnant women and young mothers are the most vital force of this Earth, and when I was pregnant, oh, my God, the men that hit on me.

La prima è ovviamente la gravidanza: non serviva tenere il bambino per riuscire a dire qualcosa di importante sulla gravidanza e le problematiche che comporta (specie quando è inaspettata) e in molti davano per scontato che, dopo le dovute riflessioni che avrebbero permesso all’autrice di dire la sua su questa spinosa questione, Hannah avrebbe scelto di abortire. Invece Hannah ha capito di volere davvero questo bambino e non è stata una consapevolezza semplice da guadagnare. L’altro tassello che la proietta verso il futuro riguarda l’ambito lavorativo: Hannah andrà ad insegnare (se le sequenze finali non ci ingannano) il Web a un centinaio di studenti e lascerà la sua New York, abbracciando finalmente la vita adulta, perché è fuori dalla Grande Mela che la protagonista ha visto alcune delle sue principali evoluzioni, come confermato anche dalla première di questa stagione.
If you don’t mind, I would like to take a step back and say that this is the reason that we can’t hang out togheter anymore.

Il comportamento di Marnie catalizza ancora di più le caratteristiche di un personaggio potentissimo, costantemente passivo-aggressivo e incapace di accettare il crollo delle proprie illusioni e soprattutto gli effetti del tempo che passa. Allison Williams è straordinaria nel dosaggio del tono di voce, nell’uso delle mani e delle espressioni facciali, rendendo credibile una donna che vive di di autoinganni, insicura e terrorizzata dalla solitudine. Diversamente da quest’ultima, le altre tre non hanno alcuna voglia di questo confronto. Jessa non ne può più di essere calpestata, di essere trattata come il peggiore degli individui, soprattutto da Hannah, la quale a sua volta tenta di farsi forte indossando la maschera dell’indipendenza e del rancore disinteressandosi (apparentemente) del group meeting.
La scena però la ruba Shosh, che inizialmente partecipa per fare un favore a Marnie, poi per scaramanzia e infine ne approfitta per levarsi alcuni sassolini dalle scarpe. È lei a prendersi la responsabilità di aprire gli occhi di tutte e guardare la brutale realtà: la loro amicizia non è più quella di prima – ed è bravissima la regista a non unirle mai nella stessa inquadratura – non c’è più alcun altruismo disinteressato, ma solo narcisismo ed egocentrismo. Shoshanna questa cosa l’ha capita prima di tutte e ha deciso di frequentare altra gente, un gruppo di amici perfetti per questa sua fase della vita e in cui ha avuto anche la fortuna di trovare il suo futuro marito. Un cambiamento off screen estremamente intelligente e concettualmente molto interessante: se ciò che accade sullo schermo ha spesso il sapore dello stallo, del magma paralizzante di problemi, allora solo allontanandosi dalle (ex) amiche Shoshanna può essere in grado di crescere davvero e seguire quella strada che aveva iniziato a intraprendere nel periodo passato in Giappone.
And I’d like to remind the three of you not to sleep on this friendship.

Nel finale c’è anche il tempo di un confronto finale tra Hannah e Jessa, non violento come il precedente, quantunque non certamente costruttivo. Entrambe sanno che ciò che è capitato tra loro le allontana in maniera irrimediabile e soprattutto che i rispettivi percorsi non sono più vicini come un tempo, ma provano ancora un consistente affetto l’una per l’altra. Proprio quando non c’è più niente da fare, quando l’amicizia è al crepuscolo arrivano le prime, vere, sentite scuse da parte di Jessa; non una reazione del momento ma un comportamento meditato e finanche accompagnato da un regalino per il futuro nascituro. Lena Dunham e la regista Nisha Ganatra sono perfette nel mettere in evidenza l’umanità delle due donne, aiutate da volti straordinariamente espressivi.
Girls ci conduce verso l’ultimo episodio di sempre con un groppo in gola, grazie soprattutto a un montaggio musicale che congeda le protagoniste nel migliore dei modi, lasciando Shoshanna nel suo idillio sentimentale, Marnie a ballare coccolata dallo sguardo di altri uomini, Jessa con i suoi fantasmi e Hannah sola, forte e sola, in procinto di partire per una nuova avventura.
Voto: 9

Devo ammettere di avere avuto e di avere ancora dei dubbi su questa incensata stagione di Girls. La scelta della Dunham di concentrarsi sul suo personaggio e su chi le ruota intorno mi è parsa più frutto di uno smaccato egocentrismo che di una reale scelta narrativa. La serie che era nata come Girls è diventata sempre più, non solo in questa stagione, Hannah. I personaggi che ne hanno beneficiato sono quelli che le sono rimasti accanto, quelli lontani, come Shoshanna, sono semplicemente evaporati. Di base c’è un personaggio che viene tratteggiato nei più minuscoli particolari (ovviamente Hannah), un paio dei quali ci si interessa (Marnie ed il ripescato Elijah)ed il resto portato dietro come un sacco di panni sporchi. Io non ho visto quello che ha visto il recensore, non solo lui ma credo tutti, ovvero la scelta di portare dei cambiamenti off screen. Ho visto una talentuosa autrice che è finita addosso al proprio ombelico. Trattandosi di una serie che ho amato, perlopiù quando amata non lo era, mi è dispiaciuto. Complimenti comunque per la recensione, che mi ha mostrato le ragioni di chi invece il modo nel quale questa serie finisce lo sta amando.