
“Non semper Saturnalia erunt”, recita un proverbio latino, riferendosi ai Saturnali romani, un ciclo di festività che prevedevano come regola il sovvertimento dell’ordine sociale costituito, permettendo agli schiavi di fare da padroni e viceversa. Il proverbio – generalmente tradotto in “Non è sempre festa” – pone l’accento su come determinate situazioni in cui si rovesciano le consuetudini siano precarie e come tali debbano essere vissute. Ma a Litchfield prima di pensare alla precarietà della situazione vi è l’urgenza di vivere il momento in pieno, senza eccessive preoccupazioni sull’incombenza di una fine che tutti, chi più e chi meno consapevolmente di altri, sanno arriverà, e presto.
Il racconto della rivolta ha i tratti salienti della narrativa di stampo ‘carnevalesco’ – tra i molteplici esempi ricordiamo Gargantua e Pantagruel di Rabelais – in cui il sovvertimento dell’ordine sociale precostituito dà avvio a una narrazione che pone l’accento sull’elemento ‘basso’ e corporeo, sul ritorno agli istinti primordiali dell’uomo. Il delirio di onnipotenza delle detenute crea una situazione paradossale in cui ogni filtro logico-razionale è soppiantato da un senso di potere tanto ignoto quanto bramato.
Il conscio e inconscio desiderio di vendetta prende corpo, creando una situazione narrativa anomala che dà vita a un racconto sperimentale, sia per quanto riguarda il format classico della serie, sia per l’approfondimento dei singoli personaggi. Tuttavia, questa sperimentazione di genere è avvenuta senza tradire il formato base della serie, che si è rinnovato mantenendo le sue caratteristiche peculiari.
Men understand violence. They respect it. If you beat them, they obey you. Not women. Women don’t fear pain the way men do. They have to be broken in other ways.

Portare avanti una storia come quella narrata da Orange is the new black pone non pochi problemi di ordine narrativo, che abbiamo visto consolidarsi nelle stagioni precedenti, la terza in particolare. Già dallo scorso anno si è cercato di ovviare a ciò con un particolare utilizzo dei flashback – di cui parleremo –, che ha posto le basi per la sperimentazione di quest’annata.
La particolare cornice narrativa creata funge da diversivo, estremizzando la situazione fino a renderla irreale e grottesca, ma al contempo completamente verosimile perché inserita in un contesto extra-ordinario che giustifica il tutto. Si viene così a creare una sorta di ‘stanza della tortura’ – che in certi frangenti perde la sua natura metaforica per divenire reale, come nel caso della pseudo crocifissione di Judy King o del rapimento con sevizie di Red & company. Ogni personaggio è portato a confrontarsi con la deriva di se stesso proprio per il fatto di essersi trovato catapultato in una situazione completamente fuori da un’ordinarietà che, per forza di cose, a Litchfield è vissuta come una routine. Questa rinnovata dimensione sociale viene vissuta in maniera diversa dalle varie detenute: Suzanne ha un crollo psichico, le Flaritza (Flaca e Maritza) diventano star di youtube, altre si lasciano andare all’espletamento di una violenza gratuita. Il risultato più interessante di questo tipo di costruzione scenica è infatti dato dalle conseguenze che lo stilema narrativo ha nella crescita dei personaggi: il grottesco, la satira e l’ironia si mescolano con una sapiente dose di pathos sempre misurata e non eccedente, che riesce a espandersi verso l’analisi delle derive del dolore – primo fra tutti quello della perdita di Poussey –, dell’alienazione, dell’incombere del senso di colpa, senza per questo appesantire il tono della narrazione che resta comunque scorrevole fino alla fine.
It’s chemical, Boo. It’s like when I used to cook meth, I can’t control the chemicals. I had to respect the chemicals. Because lye doesn’t feel anything until it touches ephedrine.

Anche se la formula della narrazione in tempo reale intercalata da dilatazioni temporali che raccontano il passato delle varie detenute è ormai il marchio distintivo della serie, spesso, nel corso delle stagioni, si è avuto come un senso di pesantezza per la costante ripetizione della formula stilistica. Nella scorsa annata e soprattutto in questa, la formula riesce a rinnovarsi proponendo dilatazioni necessarie per comprendere comportamenti al limite – molto interessanti i flashback su Frieda, Red Linda e Piscatella –, per contestualizzare reazioni o per dare corposità a rabbia e dolore, come nel caso del flashback su Taystee di “Flaming Hot Cheetos, Literally” che sul finire dell’episodio, sfumando dal passato fuori da Litchfield al primo giorno in cui incontra Poussey, analizza il suo dolore creando una relazione tra due diversi tipi d’abbandono.
Un alto elemento che dà vigore al rinnovato utilizzo dei flashback è il ritorno all’approfondimento del rapporto Piper-Alex, già sviscerato, spesso scaduto nel ridondante, ma che adesso alla luce di questa situazione anomala, e ridimensionato dal perfetto inserimento in un contesto corale, riesce a godere di un ulteriore approfondimento nel racconto di quei frangenti in cui il loro amore cercava di farsi spazio all’interno di una ‘normalità’ ingombrante.
It’s kind of like you have the reverse Midas touch. Everything you put your hands on turns to shit.

Ultimo grande merito di questa stagione è il raggiungimento di una piena situazione corale. Orange is the new black non è mai stata una serie centrata esclusivamente su un unico personaggio, anche se l’esordio del racconto – per forza di cose – era incentrato su Piper; tuttavia, mai come in questa stagione ogni personaggio ha avuto un’attenzione specifica, anche se relegata a singoli dettagli che, seppur fugaci, per il loro essere inseriti perfettamente nel complesso marchingegno narrativo sono riusciti ad avere un peso specifico all’interno dell’economia generale della stagione.
In definitiva, quest’annata può considerarsi come un esperimento riuscito, anche se non pienamente. A volte alcuni degli intenti precipui – l’estremizzazione di una condizione limite, per esempio – si sono dispiegati perdendo l’equilibrio, ovvero cedendo un po’ troppo verso il lato grottesco della rappresentazione, oppure creando situazioni che risultavano godibili solo tramite uno sforzo critico che prendesse in considerazione la natura sperimentale del racconto, come per esempio il focus costante sui deliri di Angie e Leanne. Anche il senso di déjà vu a volte necessita dello stesso meccanismo critico per ridimensionare la sua portata, tuttavia è encomiabile come una serie, giunta alla sua quinta stagione, riesca ancora a creare un racconto in grado di portare elementi nuovi al meccanismo narrativo, capace di far avanzare parallelamente, e in soli tre giorni, storia e personaggi.
Voto stagione: 8
