
Questo è, in fin dei conti, il motivo principale a giustifica del taglio dato a questa puntata, che si concentra sulla chiusura dello scontro tra i nostri e Westmoreland, Coady e Enger solo nel primo terzo dell’episodio – e nemmeno quello in modo completo, vista la presenza in gran parte di questo del parto di Helena, di cui parleremo.
Il resto di “To Right the Wrongs of Many” si concentra proprio su questo, su come si aggiustano i danni creati dagli altri, che non sono solo quelli pratici, ma anche e soprattutto quelli interiori: il racconto si sposta quindi in un imprecisato periodo successivo, per analizzare come le sestras hanno fatto i conti (se l’hanno fatto) con la propria vita.
È una scelta piuttosto inusuale da un punto di vista formale, se si pensa che in tutti questi anni siamo stati abituati a puntate adrenaliniche e con rari momenti di pausa in cui però si inseriva sempre l’inquietudine dettata da quello che sembrava l’ennesimo complotto; e tuttavia, come si diceva in apertura, Orphan Black è stata una serie in cui la componente umana e soprattutto il legame affettivo tra i personaggi non hanno mai abbandonato il plot, neanche durante le svolte più assurde. Era giusto, quindi, dedicare una parte così consistente al “cosa succede dopo”, al “come si può tornare a vivere una vita normale dopo tutto questo”; ed era ancor più giusto dedicare la maggior parte del tempo a colei che ha dato il via a questa storia, quando un giorno incontrò se stessa davanti ai binari di un treno.
I survived you. We survived you. Me and my sisters together.
This is evolution.
Torniamo però indietro, a quel quarto d’ora iniziale che ha comunque più di un pregio da considerare nonostante la forse eccessiva rapidità della risoluzione. Di sicuro l’introduzione di Westmoreland ha apportato più ombre che luci nella chiusura definitiva della storia: benché l’idea di risalire all’origine di tutto sia stata apprezzabile, è anche vero che l’idea del pazzo egomaniaco che per fini puramente personali decide di usare le persone (tra cui dei bambini) per salvarsi non è proprio tra le più originali mai proposte. La stessa leggenda dei 170 anni (opportunamente screditata durante la stagione, come a dire che si possono anche costruire storie incredibili, ma non così tanto) contribuisce al quadro di un uomo che nell’arco dell’annata è stato poco credibile come vero villain, e che acquisisce giusto in questo finale un minimo di spessore, comunque troppo tardi. È anche vero che Westmoreland e la Coady erano ormai le ultime pedine da eliminare in uno schema già risolto e smascherato, e quindi si può dire che se ne siano coerentemente andati senza troppe difficoltà.

But I will start with the thread of my sestra, Sarah, who stepped off a train one day and met herself.
È per questo che la parte restante della puntata ha quasi l’obbligo di riportarci a vedere la vera Sarah, quella ragazza la cui vita prima di incontrare Beth era un completo disastro e che si è ritrovata a mettere la testa (quasi) a posto in una situazione di profondo stress, che non corrisponde minimamente alla vita reale. Se a questo si aggiunge la perdita di Shioban e un’elaborazione del lutto che tarda ad arrivare, ecco che il tutto esplode in un crogiolo di sentimenti, che vanno dal senso di mancanza, alla paura, alla rabbia e soprattutto all’istinto della fuga, che l’ha sempre guidata prima di questa storia.

Il terrore di non essere una buona madre diventa per Sarah il canale di comunicazione della sua non accettazione in senso più ampio e generico, quella stessa sensazione che l’ha condotta ad abbandonare la sede dell’esame o a cercare di mettere in vendita la casa che rappresentava l’idea di lei come figlia e come madre al tempo stesso. Helena (con i suoi Purple e Orange, ribattezzati alla fine con i nomi dei due uomini buoni della storia) rappresenta invece la sorella col passato più difficile alle spalle, quella a cui non si sarebbe dato in mano un cacciavite se non sotto stretto controllo, e che invece proprio grazie alla famiglia può crescere i suoi figli senza che questo risulti fuori luogo o pericoloso; è lei a manifestare in modo più onesto e diretto cosa voglia dire essere madre, l’incomprensibilità delle cose che succedono e l’accettazione del fatto che probabilmente continueranno ad accadere – “Every time I look, the baby’s eating sand. I turn around, sand. Where does this sand come from? I don’t know. So, I let them eat it”. C’è poi Alison e la sua esperienza pluriennale come genitore, che però ricorda come nessuna sia la madre modello e come la sfida quotidiana sia quella di accettare anche di non essere perfetti; e infine c’è Cosima, che non sente l’istinto materno e che proprio per questo si fa delle domande su cosa questo voglia dire, con la consapevolezza che la vita ha comunque progetti importanti per lei, come quello di vaccinare tutte le sorelle – non a caso è proprio dopo questo discorso che Felix porterà i nomi di tutti i cloni del progetto Leda, che finalmente conosciamo anche noi: 274.

“To Right The Wrongs of Many” chiude una stagione che ha avuto l’indubbio pregio di riunire tutte le storyline di questa serie, ma che per farlo ha dovuto correre forse troppo, complice l’intricatissima matassa costruita in tutti questi anni. Laddove infatti alcune parti sono state rese sempre molto bene (le vicende familiari, ma anche quelle più adrenaliniche), certi giri di walzer nelle alleanze sono stati così frequenti da risultare eccessivi, rendendo così alcuni momenti poco credibili e influenzando in questo modo l’intero racconto. Forse solo i cambiamenti di Rachel si inquadrano in un’ottica più comprensibile, considerando la sua storia personale che l’ha vista passare da vittima a carnefice con un’alternanza preoccupante, soprattutto da giovane.

E poi c’è Tatiana Maslany, sulla quale non ci sono davvero più parole per esprimersi: la sua capacità di interpretare cloni così perfettamente diversi, al punto da far quasi dimenticare allo spettatore che si tratti della stessa attrice, è qualcosa di incredibile, che anche in questo caso ha ricevuto riconoscimenti solo in maniera tardiva (se stiamo a guardare i premi ufficiali, la sua prima importante vittoria risale solo all’anno scorso, con l’Emmy come miglior attrice protagonista drama).
Orphan Black, insomma, è una serie che è stata costante in tutti questi anni, con i suoi pregi e i suoi difetti riconoscibili sin da subito; non è stato uno show in odore di perfezione, ma soprattutto non ha mai voluto esserlo. Il finale, come si diceva all’inizio, può essere visto come anticlimatico, ma in conclusione possiamo dire che renda giustizia alle sestras e alla loro storia, e soprattutto alla loro battaglia per la libertà e per la riaffermazione di se stesse come esseri unici, indipendentemente dalla loro origine.
Voto puntata: 8½
Voto stagione: 7+
Voto serie: 7/8

Devo ammettere di avere versato qualche lacrima, nonostante tutte le imperfezioni. L’idea era buona, gli sviluppi non tutti riusciti (la parte coi tanti Castor mi ha allontanato molto), certe volte si sono complicati troppo la vita. Ma mi mancheranno le sestras, mi mancherà in particolar modo Helena (dovunque vada a finire, lei resterà la mia psicopatica preferita di tutta la serialità), e ovviamente Tatiana Maslany, che ha mosso in avanti paletti che per me erano ancora legati a Jeremy Irons in Inseparabili. Grazie per questo sentito commiato, Federica.
Giuro che per me le sestras sono persone diverse: devo fare uno sforzo per ricordarmi che sono tutte interpretate dalla stessa attrice. Sono talmente diverse, hanno così tante sfumature che per me sono davvero persone diverse. Geniale interpretazione, non ci sono parole. Nel mio piccolo la sto consigliando a tutti.
@Genio in Bottiglia: grazie! Sono d’accordo: commozione e dispiacere per la conclusione, nonostante i difetti (di cui, come giustamente dici, la storyline dei Castor è stata la più significativa). Certo, poi comunque nel finale hanno messo tutto insieme si capisce che il quadro del piano originale era equamente diviso tra Castor e Leda, però è stato comunque un errore allora dedicare così tanto spazio ai Castor senza avere un background più solido. E che dire di Helena! Una matta vera, tanto amore!
@Ambrosia: davvero, più ci penso e più mi chiedo perché non abbia ricevuto premi a palate dalla prima stagione in poi. È un talento di quelli che nascono raramente, le auguro di fare grandi cose in futuro!