
Il termine distopia, coniato nel 1868 in ambito politico dal filosofo John Stuart Mill, si riferisce infatti a una “previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi”. Se quindi a costituire il cuore della distopia è proprio la tensione polemica e catartica che va a instaurarsi tra futuro immaginato e presente vissuto, proprio questa stessa premessa si presta a una infinita serie di declinazioni che permettono di indagare di volta in volta i più vari aspetti dell’animo umano e della società. Giungere a una categorizzazione precisa ed esaustiva dei diversi tipi di distopie è di conseguenza un compito arduo e probabilmente neanche molto utile, soprattutto se consideriamo quanto spesso i topoi del genere si ibridino tra loro all’interno del racconto; pensando alle serie attualmente in onda è però possibile individuare alcune tematiche generali ricorrenti, che inevitabilmente si rifanno ai capisaldi del genere donandogli nuova linfa vitale: il controverso rapporto con lo sviluppo tecnologico (indagato, a sua volta, sia in termini filosofico-esistenzialisti che nei suoi risvolti sociali); le riflessioni sui pericoli delle derive totalitarie di certe tendenze della società (che siano queste religiose, politiche, economiche, di genere e così via); e infine lo scontro tra etica e istinto di sopravvivenza, esplorato attraverso la creazione di scenari post-apocalittici in cui un evento catastrofico ha portato alla quasi totale disgregazione della società civile e delle sue regole.
Si tratta di tematiche da sempre parte integrante del genere in tutte le sue espressioni mediatiche – pensiamo ai capolavori della letteratura distopica, da cui in più di un caso ha preso ispirazione il prodotto seriale –, ma che ultimamente sembrano avere acquisito una nuova rilevanza sul piccolo schermo, dove a loro volta vanno a incrociarsi con altri generi molto codificati che, in alcuni casi, sembrano avere poco da spartire con la fantascienza distopica: non solo quindi il racconto survival o l’alt-history, ma anche la rom-com, il teen drama (figlio del successo di saghe young adult come Hunger Games) e la comedy, a dimostrazione del carattere proteiforme del concept.
Rapporto con la tecnologia: robot e androidi

Nella sua prima accezione, la distopia tecnologica può vantare precedenti illustri nella produzione di autori come Isaac Asimov (I, Robot) e Philip K. Dick (Do Androids Dream of Electric Sheeps?), dalle cui opere sono stati tratti numerosissimi adattamenti cinematografici – il più celebre è senza dubbio Blade Runner, ispirato proprio al romanzo di Dick sul cacciatore di androidi – in cui a emergere sono, tra gli altri, i temi della sottomissione e ribellione del più debole, del libero arbitrio (le famose tre leggi della robotica), dell’empatia come tratto tipicamente umano (il test Voight-Kampff), dell’indistinguibilità fisica tra umani e androidi come elemento foriero di suspense e plot-twist. Se in tv l’incontro-scontro tra umani e androidi è stato già incarnato alla perfezione in passato da una serie importante come Battlestar Galactica, oggi questo continua innegabilmente a stimolare la creatività degli autori e l’interesse del pubblico, come dimostra l’enorme successo riscosso dall’esordio di Westworld (1 stagione, HBO), cui è possibile accostare l’inglese Humans (2 stagioni, Channel 4).

Rapporto con la tecnologia: società e relazioni
La descrizione di immaginarie tecnologie future non si traduce però unicamente nella figura dell’androide, che suscita al tempo stesso attrazione e rifiuto proprio per il suo essere contemporaneamente troppo e non abbastanza simile a noi, e per questo in grado di mettere in discussione il predominio dell’uomo – siamo concettualmente a metà strada tra l’Uncanny Valley e la xenofobia; la distopia si declina infatti anche in racconti che puntano a dipingere, con l’occhio ben fisso sul presente, l’impatto che lo sviluppo tecnologico potrebbe avere (e per certi versi sta già avendo) sulle nostre vite, appoggiandosi quindi a ben vedere sulla medesima oscillazione tra i poli della familiarità e dell’estraneità.

Totalitarismi distopici

Nel caso di The Man in the High Castle, l’ibridazione tra distopia e ucronia permette di riflettere in maniera quanto mai scoperta ed efficace sulle brutture e la pericolosità dei totalitarismi storici, immaginando le conseguenze sugli Stati Uniti – baluardo per eccellenza, almeno sulla carta, dei principi di democrazia, uguaglianza e libertà individuali – di un’ipotetica vittoria delle potenze dell’Asse al termine del secondo conflitto mondiale; riflessione arricchita, come nel caso di Westworld, dalla presenza di una dimensione metanarrativa, che nell’opera di Dick assume la forma di un romanzo nel romanzo in cui Germania e Giappone hanno perso la guerra, e nella serie si adegua al passaggio mediale divenendo una pellicola, in modo da dare vita a un continuo gioco di specchi tra i due mondi paralleli e speculari.

Scenari post-apocalittici
Al termine di questa panoramica delle principali distopie televisive, troviamo infine quei prodotti che hanno come premessa la distruzione della società così come la conosciamo in seguito a un evento naturale o, più spesso, causato dall’uomo (una guerra nucleare, un virus): i personaggi, trovandosi di fronte a un ambiente ostile, popolato da pericoli e caratterizzato dalla scarsità di risorse, sono costretti a confrontarsi con il contrasto tra i principi morali che caratterizzano la convivenza civile e il brutale istinto di sopravvivenza, spingendo così a una riflessione più o meno pessimistica sulla natura dell’uomo. Ci si chiede insomma se sia la società a corrompere l’uomo o se questa, al contrario, non rappresenti l’unica barriera tra noi e le barbarie – pensiamo, solo per fare un esempio, a Il Signore delle Mosche di William Golding –, e fino a che punto siamo disposti a rinunciare alle nostre libertà e a ciò che ci rende umani in nome della salvaguardia della nostra incolumità; riflessione, questa, che spesso si riallaccia a quella sulla nascita dei totalitarismi.

Particolarmente interessanti in questo ambito sono infine gli esperimenti di The Last Man of Earth (3 stagioni, Fox) e The 100 (4 stagioni, The CW). Nello show targato Fox la premessa distopica viene infatti declinata in salsa comedy, dando vita a un prodotto che però, nonostante l’originalità del concept, spesso dà l’impressione di limitarsi a immergere in una cornice post-apocalittica un tipo di comicità molto tradizionale, fondata su uno stereotipico scontro di genere; la serie CW invece si è col tempo rivelata una riuscita e aggiornata variazione sul tema del concept del romanzo di Golding, in cui fantascienza e teen drama, memori della lezione di Whedon, si mescolano alla perfezione traendo forza l’uno dall’altro.
Alla luce di queste considerazioni, appare evidente perché la distopia sia alla base di alcune delle serie più rilevanti e di successo del panorama televisivo contemporaneo: la sua vocazione al docere et delectare e la sua capacità di incarnare di volta in volta timori universali ma anche figli di un preciso contesto storico la rendono infatti il punto di partenza ideale per la creazione di prodotti in grado sia di intrattenere il pubblico – pensiamo ai misteri di Westworld e ai dibattiti che questi hanno scatenato, oppure agli zombie-feticcio di The Walking Dead e ai suoi cliffhanger – che, al tempo stesso, di mettere in scena questioni estremamente attuali, come il rapporto tra classi dominanti e subalterne (oltre a The Handmaid’s Tale, si pensi alla ribellione degli host di Westworld, che non a caso è guidata da donne e afro-americani), e quello con lo sviluppo tecnologico (Black Mirror), cui si aggiunge una propensione alla metanarrazione che contribuisce ulteriormente a rendere a tutti gli effetti la distopia una delle espressioni più significative di questa era di Peak Tv.
