
Questa premiere, quindi, svolge il ruolo di riavvio dello show. Pablo Escobar è morto, e l’agente Murphy, dopo l’abbandono della serie da parte di Boyd Holbrook, si è fatto da parte, lasciando il via libera su come gestire la struttura e il tono della narrazione. Senza la solita voce narrante ad introdurre ed accompagnare ogni episodio, nasceva un’opportunità per trasformare la serie con un altro modello, un modello che potesse far fronte ai problemi di caratterizzazione dei personaggi (Escobar a parte) e di occasionale stanchezza narrativa delle prime due stagioni, ora che i loro perni centrali (sfortunatamente per Moura, fortunatamente per Holbrook) sono assenti dallo schermo.
Come scopriamo dopo pochi minuti dall’inizio di “The Kingpin Strategy”, tuttavia, gli autori non sembrano interessati a cambiare: la serie torna nella maniera più familiare possibile, rilanciando la narrazione come era necessario ma lasciando l’intera impostazione del racconto uguale a se stessa.

Si tratta senz’altro di un’occasione persa, soprattutto se si considerano i grandissimi punti di vantaggio nel promuovere un personaggio come Pena ad assoluto protagonista dal lato della DEA. Il personaggio di Pedro Pascal si è sempre distinto per una (relativamente) maggiore profondità rispetto al suo collega, che non è mai riuscito a distaccarsi dalla sua funzione di strumento narrativo per diventare un personaggio vero e proprio. Javier Pena è invece più ricco di contraddizioni e spunti, come la scena in apertura non troppo sottilmente (ma la presenza di Edward James Olmos compensa) dimostra; ed è forse questa la novità più interessante della stagione, ovvero la presenza di un protagonista magari non rivoluzionario, ma tridimensionale e genuinamente interessante – in parte grazie alla sempre convincente interpretazione di Pascal.
Dall’altro lato troviamo invece il cartello di Cali, anche loro in apparente contrapposizione col loro predecessore e anche loro contraddistinti dal tentativo di imitarlo. Quello che viene reso chiaro fin dall’inizio è che ci troviamo di fronte ad un’entità diversa: se Escobar era spregiudicato nell’uso della violenza (anche in pubblico), il cartello è discreto e agisce nell’ombra; se Escobar era vicino al popolo e alle loro necessità, i membri del cartello si fanno chiamare The Gentlemen of Cali e si sono fatti amici ai piani alti, tanto da assicurarsi tolleranza sul traffico di cocaina per sei mesi prima di togliersi dal mercato (operazione che, come ci racconta la storia, non finirà esattamente come previsto). Questo distacco dal passato, come idea in sé, senz’altro funziona, seguendo una caratterizzazione (dovuta anche alla rappresentazione storica, ricordiamo) che fugge il confronto con un mostro sacro da cui uscirebbe decisamente distrutta. Tuttavia, proprio da questo punto partono i principali problemi degli antagonisti di questa stagione.

E proprio da questa consapevolezza nasce la necessità di riavvicinarsi allo stile precedente attraverso il personaggio di Pacho, che sembra voler fare di tutto (dall’ostentazione della sua omosessualità a quella della violenza nel vendicarsi coi propri nemici) per dichiarare la propria continuità col personaggio di Escobar, cercando di raccoglierne e replicarne l’interesse. Alcuni spunti sono certamente nuovi e contribuiscono a renderlo un personaggio più sviluppato degli altri, ma la sensazione è che, in questo caso, si stia cercando fin troppo ardentemente di creare un personaggio estremo ed esagerato, vista la mancanza di spunti negli altri.
In sostanza, il grande problema di “The Kingpin Strategy” sta nel suo legame col passato. Da un lato la necessità di replicare una formula narrativa come quella del voice-over (nella stessa maniera di prima, soprattutto) erode il potenziale del personaggio di Pena; dall’altro, il tentativo di emulare un personaggio che non è replicabile porta a risultati misti nella caratterizzazione di Pacho, mentre quando si cerca di distaccarsene e creare qualcosa di diverso manca una scrittura forte che compensi per gli spunti meno interessanti.
C’è da dire che siamo solo agli inizi di un’intera stagione e che il formato adottato da Netflix porta sempre ad aspettare la conclusione per dare un giudizio definitivo; per quanto riguarda quest’esordio, tuttavia, sembra che i dubbi nati dall’annuncio di una terza annata non fossero del tutto infondati.
Voto: 6
