
I punti di contatto tra la serie SKY e questa novità Netflix sono così evidenti e così preponderanti che colpisce rendersi conto che sono figli di due mondi tra loro separati, per quanto uniti dalla presenza, più o meno diretta, più o meno lecita, di Stefano Sollima, autore principale delle prime due stagioni della serie tratta dal romanzo di Roberto Saviano, nonché regista del film Suburra di cui questa serie televisiva si propone (pur con i dovuti distinguo) come antefatto.
A unire le due serie però, non sono solo i fattori produttivi, ma anche e soprattutto l’aspirazione a rappresentare un nuovo racconto di cultura popolare che sappia allontanarsi sempre più dalle mediocri agiografie che caratterizzano da anni le produzioni televisive italiane da generalista (con interessanti eccezioni, vere e proprie mosche bianche); le mire di entrambe le serie sono quelle di approssimarsi al racconto della contemporaneità, un elemento sempre lontano dalla nostra abitudine per la paura di offendere qualcuno e dunque la tendenza – una volta si sarebbe detto democristiana – a non infastidire nessuno. Le reazioni sempre scomposte alle varie stagioni di Gomorra stanno qui a dimostrarlo.

Suburra è, nella sua riuscita finale, un prodotto complesso che ha puntato troppo spesso suoi cavalli sbagliati, ossia soffermando la propria attenzione su storyline e attori non efficaci piuttosto che dare terreno libero a quelli che avrebbero senza dubbio alcuno meritato uno spazio più marcato. I filoni narrativi principali, pur nelle proprie suddivisioni ulteriori interne, sono stati sostanzialmente tre: malavita, politica, Chiesa. A questi ultimi due è stata costruita una narrazione più compatta guidata dai due volti più noti del comparto, ossia Filippo Nigro e Claudia Gerini, che avrebbero dovuto reggere sulle proprie spalle tutta la forza narrativa dei loro personaggi. Sul profilo criminale, invece, si è posto l’accento sullo scontro tra famiglie malavitose e interessi mafiosi che a vario titolo hanno vorticato intorno al complesso sistema di appalti e ricatti.

È questo il caso delle vicende vaticane che hanno visto Claudia Gerini nei panni di un personaggio evidentemente costruito intorno alla figura della Chaouqui, la tuttofare del Vaticano che è stata accusata di avere le mani in pasta in molti e troppi affari. Il suo personaggio è, a conti fatti, quello intorno a cui gira buona parte della trama principale per l’importanza assoluta che rivestono i terreni vaticani nell’economia della mafia. La storyline legata alla Gerini è la peggiore in assoluto: non solo perché scritta male e gestita peggio, ma soprattutto perché l’attrice si è ritrovata a dover gestire un personaggio pressoché insignificante e, cosa ancor più grave, lo ha fatto senza alcun piacere e con una recitazione francamente insipida. Sara Monaschi è una bandieruola al vento, immischiata in un gioco più grande di lei e di cui non si riesce mai davvero a rendere conto. Vittima costante degli interessi di Samurai prima e del “trio” poi, finisce intrappolata in una serie di svolte narrative prive di ogni mordente e tutt’altro che cristalline in un costante giro di valzer persino imbarazzante.
Va leggermente meglio, seppure in modo non esaltante, l’evoluzione del personaggio di Filippo Nigro: a fronte di un attore che ci mette tutta la propria capacità e di una crescita del personaggio che è innegabile, le vicende di Amedeo Cinaglia si mantengono costantemente tangenti a quanto accade nel gioco principale. Intendiamoci, è chiaro che senza la sua partecipazione si sarebbe perso l’affare di Ostia, ma il modo in cui è gestito è solo relativamente importante, con Nigro che non interagisce, pressoché mai, con gli altri personaggi, Samurai escluso. Non sarebbe inoltre dispiaciuto un po’ di coraggio in più nel descrivere le tante storture legate alla politica romana.

Ecco dunque che nonostante qualche cliché qua e là, la descrizione della società zingara e del dolore personale di Spadino nel dover nascondere persino a sé stesso il proprio segreto si riverberano con insolita fortuna su buona parte degli episodi, catturando l’attenzione anche laddove qualche scivolone di prevedibilità è percepibile. Allo stesso modo, colpisce la grande intensità del dissidio famigliare e della spaccatura che viene a formarsi tra Aureliano e Livia, con un epilogo finale che ha una sua intensità ben evidente. Tutto questo è però possibile grazie a tre interpretazioni di grande respiro: a Giacomo Ferrara ed Alessandro Borghi si associa una straordinaria Barbara Chichiarelli che, nonostante lo spazio non molto ampio concessale, fa della sua Livia il personaggio più affascinante dell’intero ensemble; l’attrice si impone, infatti, con una intensità ed umanità che riempiono lo schermo.
Laddove, dunque, Gomorra ha potuto usufruire di una scrittura migliore e di una regia particolarmente ispirata, Suburra paga lo scotto di un inizio azzoppato da una sceneggiatura debole e dalla regia di Michele Placido del tutto fuori luogo in questo contesto televisivo. Con il passare degli episodi la qualità vertiginosamente migliora per un arco narrativo finale che riesce in parte a far dimenticare le storture precedenti. Al netto dunque di considerazioni di una parziale delusione per delle aspettative giustamente molto alte, Suburra è un prodotto solo in parte affossato dai propri difetti, di cui riesce quasi del tutto a liberarsi prima che la narrazione sia finita. Per questo, si può affermare che la serie sia un primo esperimento non fallimentare, ma che per troppo tempo vola basso a causa di una scrittura e di una regia non sempre all’altezza e di un confronto con il genere, quello ormai dominato da Gomorra, che non gli permette di spiccare il volo.
Voto: 6 ½

Difficile davvero dare un giudizio unitario su questa serie. Come si fa a fare un così buon lavoro in certe parti e essere così terribili in altre? Al di là della Gerini assolutamente fuori contesto, ma vogliamo parlare del percorso di Cinaglia? Fino a un passo dalla fine, pur non avendo la costruzione più bella del mondo, almeno aveva un minimo di senso: il classico buono che viene attirato dal male, e che a poco a poco ci casca dentro, finendo con l’essere responsabile di un omicidio senza averci neanche troppo pensato su. Bene, bravo. Poi a un certo punto parla con la moglie che gli dice “devi essere feliceeh! fai quello che reputi opportuno per esserloooh!” ed è subito “fammi parlare con la mafia”, ma che, scherziamo? In venti giorni questo passa dall’essere l’idealista che crede in un mondo migliore ad essere colluso con la mafia, IN VENTI GIORNI?! Va beh.
Comunque concordo con la recensione, soprattutto per quanto riguarda Barbara Chichiarelli, è stata eccezionale
Sono d’accordo, è quasi schizofrenico il modo in cui questa serie riesca a scrivere cose molto interessanti su certe storyline e al contempo sbagliare in modo davvero molto plateale in altre. L’impressione generale è che, sapendo dove si dovesse andare a parare, hanno voluto dar vita ad un arco evolutivo che è necessariamente troppo sbrigativo e che di conseguenza funzionava per alcuni (Spadino e Aureliano) ma non può dirsi lo stesso per altri.
Con tutto l’affetto del mondo, poi, la vicenda della Gerini e del suo personaggio ce la saremmo risparmiata volentieri.