
Nei primi episodi della prima stagione, quando ancora nessuno aveva la più pallida idea di cosa sarebbe arrivato, lo show sembrava quasi il proseguimento in chiave fantasy dei toni di Parks and Recreation (creata anch’essa da Schur), con un buonismo di fondo che accompagna una serie di personaggi umani, imperfetti e divertentissimi. Alla luce dell’incredibile finale della prima annata – e del rollercoaster che è stata questa seconda –, il discorso cambia completamente angolatura: più che continuazione di un percorso già iniziato, The Good Place è sovversione di tante strutture usate in passato, è un lavoro che parte da delle regole e le fa esplodere una ad una, ripetendo il processo ancora, ancora ed ancora.

La componente fondamentale che ha permesso ad uno sviluppo così denso di risultare così digeribile è senz’altro la leggerezza della scrittura di Schur: ormai esperto nella costruzione di personaggi con cui stabilire un legame affettivo fin da subito, l’autore è riuscito a sviluppare un discorso complesso su questa caratteristica senza mai accennare a snaturarla, sfociando in delle sfumature metanarrative che non hanno mai avuto la pretesa di imporsi sulla narrazione. In questo modo, nonostante le riflessioni di fondo rendano le fondamenta della serie sempre più solide, quello che vediamo in superfice non viene rovinato: e così i tempi comici, la piacevolezza dei protagonisti, i numerosissimi plot twist a cui assistiamo rimangono tutte parti curatissime dello show, il quale oltre ad offrire quel qualcosa in più riesce a non perdere il suo contagioso divertimento nel raccontare una storia.
A tal proposito, sarebbe del tutto folle non considerare quello che ha fatto la serie col racconto quest’anno: la prima stagione lasciava in eredità una situazione comica sfruttabile per almeno una stagione, ma The Good Place ha deciso di sviscerarla nella maniera più perfetta possibile nel solo “Dance Dance Resolution”. Non contenta, la serie ha proseguito con un percorso il più possibile incentrato sui personaggi e il loro sviluppo, affrontando dilemmi etici tutt’altro che banali: come non pensare a “The Trolley Problem”, un episodio che mette letteralmente in scena il famoso dilemma con tutte le sanguinose conseguenze che ne derivano.
È come se il team creativo si fosse trovato ad inizio anno con un’overdose di idee una più esplosiva dell’altra, trovandosi con l’impossibile compito (e la folle idea) di condensarle tutte in un’unica stagione televisiva: la cosa più incredibile è che sono riusciti ad evitare tutti i rischi che ne derivavano. Parlando di etica, sviluppando un comparto di ben sei personaggi (includere Michael e Janet è d’obbligo), facendo compiere alla trama dei salti mortali ogni settimana in episodi da 20 minuti, lo show è riuscito a non perdersi in nessuno di questi campi. Nel frattempo, tutti si chiedevano: ma come diavolo è possibile?

Se ci si dimentica per un secondo delle risate e della durata delle puntate, non ci si può non accorgere di come The Good Place assuma spesso non solo delle tinte, ma dei caratteri fondamentali che possiamo definire in tutto e per tutto tipici delle serie drammatiche: ed è forse questo uno dei motivi per cui le svolte a cui assistiamo sembrano così vere e ben gestite, riuscendo a convincere lo spettatore a prenderle sul serio mentre si ride dei personaggi che ne sono protagonisti. È proprio questo mix che funziona alla perfezione, un mix che rende episodi come “Leap to Faith”, “Rhonda, Diana, Jake and Trent” e “The Burrito” (che trattano, uno dopo l’altro, la fuga del gruppo dal Good Place) praticamente perfetti, nel loro saper calibrare elementi apparentemente agli antipodi e mettere in scena una storia che non è solo coerente, avvincente e ben costruita, ma anche nuova e pullulante di creatività.
The real question, Eleanor, is what do we owe to each other.

Il dialogo tra Eleanor e Michael, così, diventa coronamento di una stagione splendida tramite una scrittura che riassume i temi di questi tredici episodi, riportando un Ted Danson a rivestire un vecchio ruolo (ricordiamoci cosa faceva in Cheers) per chiudere la sua evoluzione e aiutare il personaggio di Kristen Bell a procedere con la sua.
È proprio nella convivenza di mille folli ispirazioni che sta la grandezza di The Good Place; o meglio, è dalla sua capacità di gestirle tutte insieme, evitando il facilissimo disastro che potrebbe derivarne, che deriva una delle stagioni più belle e divertenti degli ultimi anni. Sfruttando un’eredità immensa che ne influenza la comicità e i personaggi (Parks and Recreation) e la gestione della narrazione e dei temi (Lost, The Leftovers), la creatura di Michael Schur si distingue dal resto per un’originalità che sorprende ad ogni episodio, senza mai perdere quella naturalezza nello sviluppo di questo complesso meccanismo che, alla fine, ci ha regalato gli straordinari risultati a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere.
Voto: 9

Grazie della bella recensione, Pietro. Da spettatore della prima ora di questa serie, non posso che confermare come la seconda stagione sia stato un vero ottovolante che, al termine di ogni puntata, mi sono chiesto cosa sarebbe successo nella successiva e, soprattutto, per quanto avrebbero potuto farla andare avanti. Un 9 davvero meritato.