
Netflix non si è aggiudicata solo i diritti di distribuzione della serie, ma anche la possibilità di adattarla ad un meccanismo di visione più congeniale al binge watching. Lo show originale, infatti, vantava solo quindici episodi con una durata di 70-75 minuti l’uno; sul servizio streaming gli episodi sono diventati invece ventidue (sempre però divisi in due parti, rilasciate in momenti diversi) della durata più “americana” di 40-45 minuti. Si può discutere sull’etica dietro questa operazione che mira a rendere più “commerciabile” un prodotto televisivo, permettendosi di tagliare e adattare ogni episodio per esigenze che esulano dal mero campo artistico; la serie ideata da Alex Pina, tuttavia, non pare risentire eccessivamente di questo restyling visivo subito; anzi, forse è stato proprio questo uno degli elementi ad aver contribuito alla conquista di un pubblico così vasto in così poco tempo, una popolarità che non aveva conosciuto neanche in Spagna.
Questa disparità di accoglienza è un fenomeno quasi inspiegabile, perlomeno fino a quando non si riconosce che La Casa de Papel è il prototipo perfetto di una serie nazionale concepita per una platea cosmopolita, e questo nonostante il legame indissolubile che permane con la cultura e la televisione spagnola.
“¿Qué vamos a robar?”
“La Fábrica Nacional de Moneda y Timbre.”

Il mix sapiente tra l’azione, i numerosi riferimenti culturali e il romance – che fa capolino soprattutto nella seconda parte – è riuscito: La Casa de Papel sfrutta abilmente le tecniche più classiche della costruzione dell’intreccio basate sul susseguirsi dei colpi di scena per catturare l’attenzione dello spettatore, anche al netto della richiesta di una sostanziosa sospensione dell’incredulità. Evitando qualsivoglia spoiler, è infatti chiaro che, al fine di godersi al meglio le vicende raccontate, è necessario mettere da parte una buona dose di realismo per credere davvero che un manipolo di otto criminali – il cui piano originale non prevede nemmeno delle vittime – possa tenere in scacco le forze dell’ordine e l’intera nazione barricandosi all’interno di un edificio per giorni. Questa caratteristica – che è congenita al genere di riferimento – porta con sé, tuttavia, diverse esagerazioni, che appaiono stridenti anche in un contesto di questo tipo: alcune scelte narrative – non troppe per fortuna – risultano talmente forzate da lasciar pensare che gli autori avrebbero potuto evitarle o pensarle in modo diverso. La volontà di puntare in maniera quasi ossessiva sul plot twist pensato per spiazzare il pubblico influisce su questo aspetto, pur non inficiando in maniera significativa il piacere dell’intrattenimento dato dalla visione.
Es fundamental que la policía no tenga ni la más mínima idea de lo que estamos haciendo.

Di tutt’altra pasta è la parte di racconto legata alla micro-società che si origina all’interno dell’edificio, alle dinamiche tra i criminali, gli ostaggi e la costruzione e il disfacimento delle relazioni tra loro. L’etica del criminale che lotta per una giusta causa – sempre più diffusa nelle produzioni contemporanee – caratterizza il background dietro i protagonisti, alla ricerca della svolta definitiva delle loro vite, grazie ai fiumi di denaro che intendono portarsi via dalla Zecca. Sebbene anche i rapinatori appaiano abbastanza stereotipati nei primi episodi, gli autori sono bravi a non fare l’errore di adagiarsi e costruiscono degli archi narrativi interessanti per quasi tutti loro, puntando tutto sulla loro umanità – a volte in modo eccessivo. Nell’ottica di creare un legame empatico tra spettatore e personaggi – che funziona perfettamente – i rapinatori fuggono dal cliché e si ritagliano delle personalità interessanti: Tokyo deve affrontare il senso di colpa per una morte nel suo passato, Rio è preda di un amore quasi adolescenziale che si affianca alla sua incoscienza, Berlin è tanto carismatico quanto instabile, Nairobi è irreprensibile ma incredibilmente fragile. Un posto di riguardo in questo agglomerato di personaggi è occupato dal Professore (un bravo Alvaro Morte, protagonista anche nella famosa soap Il segreto), forse il personaggio più originale nel suo essere tanto freddo, razionale e calcolatore quanto inevitabilmente soggetto alle dinamiche amorose che rischiano di mandare a monte il suo piano perfetto.


una cagata pazzesca!!
Improponibile! Non si regge, in tutti i sensi: è una telenovelas 2.0 con delle voragini di sceneggiatura da trasformare Un Posto al Sole in un cult. Accostarlo a Tarantino mi sembra un pelino blasfemo, piuttosto sembrerebbe inspirato all’Inside Man di Spike Lee, ma poveretti, proprio non ce la fanno!
Ciao Boba Fett 🙂
Guarda, io non trovo nessuna blasfemia nel fatto che un prodotto di mero intrattenimento quale è La Casa de Papel citi a gran voce un grande autore del cinema, anzi. Non si è mai parlato di accostamenti.
Nessuno lesina sul fatto che abbia tantissimi difetti e che, come sottolineato nell’articolo, sia enormemente legato alla cultura televisiva di origine (quella spagnola), ma è in ogni caso un tentativo di innovazione (secondo me riuscito, secondo te magari no) e di accostamento a quello che sta diventando il panorama televisivo contemporaneo, che deve essere sempre più internazionale per riuscire a sfondare. Secondo me non è un male che si sia creato tanto clamore intorno a un prodotto di questo tipo, che poteva benissimo passare in sordina ed essere una delle tante serie non americane semisconosciute del catalogo Netflix.
Che ogni Paese e cultura proponga dei prodotti seriali di un certo livello e fortemente originali, magari non omologati all’inarrivabile offerta nordamericana, è straordinario oltre che necessario, serie come The Kingdom, The Bridge o come la nostra Gomorra, tanto per citarne alcune, brillano per eccellenza; questa La Casa de Papel, sempre secondo me, non esprime per niente bene quella forza di uno stile local che diventa global, è banalotto, falsamente antagonista (avrai letto le polemiche quelle sì internazionali sull’utilizzo di Bella Ciao), troppo spesso noioso quando vira al sentimentalismo, insomma, la Spagna se sa produrre solo questo, non ne esce tanto bene…
Secondo me la serie – al netto dei suoi difetti – è un prodotto di alto livello. I colpi di scena, anche quando un pelino esagerati, sono sempre plausibili all’interno della trama. La passione e l’amore accentuato fra alcuni personaggi in così poco tempo fa parte della cultura spagnola. Funziona davvero così. E’ che siamo così pieni di “America” nella nostra TV da usarla come metro di paragone per qualsiasi cosa, senza considerare i diversi filtri culturali. L’ho finita in 3 giorni di febbre, per me gran serie e personaggi iconici. Non devono essere tutte Breaking Bad.
Non capisco l’immeritato successo di questa serie.
Si tratta semplicemente di una scopiazzatura di Inside Man mischiata a Beatiful.
La trama è completamente priva di credibilità, parlo proprio di passaggi decisivi che sono completamente senza senso.
I personaggi non hanno nessuna caratterizzazione seria, escluso qualcuno (si salvano solo Nairobi, Berlino e il Professore secondo me, e forse Raquel), le side stories sono da brividi (per la bruttezza), e alcuni sono veramente irritanti (penso ad arturito…).
E’ una serie guardabile solo a patto di ignorare le continue imprecisioni, permettetemi di essere snob, per un pubblico poco esigente.
Se penso alla recensione che avete fatto di The terror rispetto a questa…sono completamente in disaccordo.
Serie che ho apprezzato molto così come Dark… mi sto tuffando nelle produzione europee, saranno i volti nuovi, nuovi espedienti narrativi, una boccata d’aria fresca ci voleva proprio
Pensavo di essere l’unico sciroccato sulla terra che trova questa serie semplicemente irritante e stucchevolmente sopravvalutata. Per fortuna vedo con piacere che c’è qualche altro sano di mente che la pensa come me 🙂