
Trattandosi di un argomento universalmente conosciuto, la serie non si dipana secondo uno schema espositivo ascendente, che somma gli indizi uno sull’altro per arrivare alla scoperta dell’identità del serial killer – già svelata a partire dal pilot grazie alla dualità temporale che biforca il racconto in due sezioni parallele –, ma si sofferma sulle procedure usate dall’FBI per la caccia all’uomo che titola lo show.
La timeline degli eventi è bipartita tra il 1995, quando il profiler James “Fitz” Fitzgerald si unisce alla task force dell’FBI deputata alla cattura di UNABOM (da UNiversity and Airline BOMber – variato dai mass media in Unabomber), e il 1997, anno in cui ci si prepara ad affrontare il processo contro Kaczynski. Lo show copre dunque un arco di due anni, narrati secondo un ordine cronologico sfalsato, in modo da mettere le azioni intraprese e le loro conseguenze in un diretto confronto dialettico.
La miniserie presenta infatti una focalizzazione tripartita: una prima parte più procedurale e legata alle tecniche usate dall’FBI, una seconda focalizzata su Ted Kaczynski e sul suo background e una terza parte che concretizza la caccia all’uomo, unendo l’impianto adrenalinico della risoluzione del ‘caso’, e della conseguente cattura, al sottotesto creato dalle due situazioni precedenti usate specularmente. Infatti, l’intuizione migliore del racconto sta proprio nel dare alla narrazione un punto di vista anomalo e per certi versi poco conosciuto, ovvero quello di James Fitzgerald, tracciato come un outsider, una voce fuori dal coro, che – proprio per questo – risulta essere in un dialogo dialettico con Kaczynski.
«C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo
Io son di un altro avviso, son Bombarolo» – Fabrizio De Andrè, Il Bombarolo

Le analisi criminologiche sulla figura del Bomber Serial Killer rivelano proprio tali caratteristiche di rabbia estrema verso un potere costituito, unito a una condizione personale di incapacità relazionale; in pratica la “bomba” è metafora sia dell’incapacità del soggetto di entrare in relazione intima con altri esseri umani sia della relazione in sé: la bomba diviene il surrogato di una comunicazione sociale che il soggetto non riesce a portare avanti. Proprio queste caratteristiche rappresentano uno dei punti oscuri del profilo psicologico del dinamitardo: comunemente gli studiosi considerano i ‘Bombaroli’ degli psicopatici, ma in realtà l’analisi della casistica non conferma una correlazione assoluta fra psicopatia e personalità del Bomber Serial Killer. I tratti evidenti della psicopatia sono in contrasto con i tratti di personalità evitante, caratteristiche invece del Bombarolo, che è spesso un soggetto isolato, solitario, scarsamente dotato di capacità relazionale. Ed è proprio qui che la serie fa un ottimo lavoro di caratterizzazione – sostenuto dalla meravigliosa prova d’attore di Paul Bettany – restituendoci l’immagine del Bomber Serial Killer in perfetto equilibrio tra psicopatia e lucida umanità.
They buzz, you jump. They beep, you answer. So ask yourself… Who’s really in control?

You’re a cog in the machine, Fitz. Embrace it, bruh.

James “Fitz” Fitzgerald è appunto un profiler che, subito dopo l’Accademia, si ritrova a far parte di una delle più importanti task force dell’FBI: l’UNABOM task force. Tutta la prima parte dello show è proprio incentrata sulle difficoltà di Fitzgerald ad acquisire credito all’interno di un ambiente operativo non ancora pronto ad ammettere la validità reale del criminal profiling, che qui si avvale anche dell’utilizzo della linguistica comparativa, aumentando notevolmente il carico di incredulità con cui l’agente ha dovuto scontrarsi sin da subito. Fitz si ritrova quindi a lottare contro il ‘sistema’, ad aggirare le regole per farsi ascoltare, lottando costantemente con la sensazione di sentirsi solo una pedina inutile all’interno di una macchina incapace di funzionare, sviluppando così una sensazione di rabbia e impotenza che per qualità energetica si pone in rapporto dialettico con gli ideali millantati da Unabomber.
Eat your cake and have it, too.

Nel sottile parallelismo che si viene a creare tra Fitz e Kaczynski, la serie riesce nel gravoso intento di porre domande che vanno al di là della contestualizzazione di una delle più drammatiche tragedie degli ultimi anni, per divenire racconto, nel senso più puro del termine.
Manhunt: Unabomber non è una serie perfetta, ma è senza dubbio uno show da vedere e rivedere, non solo per gli amanti del genere crime. Nonostante alcuni difetti, se presa nel suo complesso, può essere considerata un esperimento riuscito sulla contaminazione tra realtà è finzione, tra ‘racconto’ e intento documentaristico. Manhunt: Unabomber è un prodotto che cerca di andar oltre alla semplice etichetta di ‘docudrama’; mettendo in relazione gli eventi reali con un intreccio ‘artificiale’, riesce a usare il tragico fatto di cronaca per scandagliare temi più complessi, profondamente umani.
