
Probabilmente no, e certamente non se lo pone la HBO che fa debuttare sul piccolo schermo Succession, un prodotto che sin dal primo minuto appare come la cosa più classica della televisione, ovvero il family drama dei privilegiati, una ricchissima famiglia newyorkese che possiede il quinto conglomerato industriale del mondo. Ovviamente il pilot va nella direzione più logica possibile, presentando chi sono i vari componenti della famiglia e provando a lasciar intendere quali sono i rapporti che intercorrono tra loro. “Celebration” infatti funziona come vero e proprio palcoscenico o, meglio ancora, come una passerella, dove lo spettatore è chiamato davvero ad essere tale e a provare a memorizzare il più possibile che ruolo ha ciascun personaggio in questo grande gioco di potere.

Questa è una delle caratteristiche tipiche dello stile di McKey, tornato dopo il successo di The Big Short, film che rappresenta l’opera più compiuta e matura dell’autore: ritroviamo intatto lo stile da dramma classico, che strizza anche un po’ l’occhio all’inchiesta simulandone il ritmo, ma che diventa poi a tutti gli effetti finzione. La regia è infatti giocata sul perfetto bilanciamento tra lo scenario corale della famiglia, in cui cercare di captare le vicissitudini “politiche” che legano i vari componenti del gruppo familiare, e momenti molto più personali che si concentrano sulle reazioni e l’emotività dei personaggi. Adam McKey però non è il solo nome importante legato al nuovo prodotto di HBO: a firmare la regia dell’episodio c’è un altro veterano della tv contemporanea come Jesse Armstrong, autore di The Thick of It, candidato Oscar per la sceneggiatura non originale di In The Loop, braccio destro in Veep di Iannucci, ma soprattutto sceneggiatore di uno degli episodi più belli di Black Mirror “The Entire History of You“.

Al centro di Succession c’è appunto la famiglia Roy con il suo capostipite Logan, un arcigno ottantenne interpretato dal bravo Brian Cox, che dà corpo al tipico imprenditore vecchio stampo che “si è fatto da solo” e che ora si ritrova a dover cedere il trono del suo impero ad uno dei suoi quattro figli. Il regno conteso è la Waystar Royko, azienda di media televisivi e parchi divertimento, che ha vissuto gli anni d’oro del boom economico e che ora prova a reinventare e svecchiare il suo business, soprattutto per volontà di Kendall (Jeremy Strong), uno dei pretendenti al trono, anzi il più convinto di tutti ad avere diretto accesso al potere. Oltre a lui, a volere almeno una fetta dell’eredità di papà Logan ci sono l’ambientalista Connor (Alan Ruck), lo strano Roman (Kieran Culkin) e la politicheggiante Shiv (Sarah Snook), con il peso del marito Tom accanto, apparentemente smidollato ma arrivista, interpretato da Matthew Macfadyen. Il personaggio di Logan ricorda per molti versi Christopher Plummer nel recente “All the Money in the World” di Ridley Scott, un anziano e diffidente arricchito diviso tra l’orgoglio e la gelosia verso la propria ricchezza ed autonomia e l’affetto verso i suoi familiari, che in uno strano gioco delle parti finiscono per assomigliare più a dei dipendenti che a dei figli, e i rapporti tra loro a gerarchie aziendali e non a legami di sangue.

Non è possibile parlar male a priori di un prodotto come Succession, che sulla carta ha tutto quello che serve per essere una serie godibile, ma allo stesso tempo sembra già di sapere tutto quello che accadrà e quindi rende inutile proseguire nella visione. Ed è questa la sensazione che definisce quello strano concetto di possibile necessità: ciò che decide l’aver “diritto” ad esistere e a sopravvivere nel panorama televisivo è la domanda del pubblico, che probabilmente in questo caso non c’è. Allora forse di questo Succession se ne poteva fare anche a meno: alla fine del pilot il pensiero è che se dovesse essere cancellata in poco tempo, forse in pochi se ne accorgerebbero.
Voto: 6½
