
Incidere la propria pelle ha quindi sempre avuto un valore rituale che si è sedimentato nella cultura, ma è anche un istinto naturale, quasi una forma deviante di auto-terapia. Spesso gli autolesionisti dicono di farlo proprio perché è un rituale, e come tutti i rituali è rassicurante, altre volte per la scarica di endorfine causata dal dolore, altre volte ancora per necessità di un controllo fisico quando non è possibile averlo sulla propria mente o sugli eventi. Sharp Objects parla di un delitto, ma parla soprattutto di un’autolesionista, Camille, una donna ferita dentro e fuori perennemente sull’orlo dell’autodistruzione, che sceglie di far uscire il proprio dolore mentale così, insieme al sangue, incidendo parole sul proprio corpo. Parole che sono nascoste un po’ ovunque, nella première della serie: bad, drunk, dirt, victim, wrong, girl e infine vanish, che dà il titolo all’episodio, sono piccole briciole che nascoste in piena vista ci offrono indizi e squarci sull’inconscio della protagonista.

A Wind Gap, cittadina del Missouri al confine tra il Midwest e il Sud degli Stati Uniti, si nascondono i segreti di Camille che lei è sicura di non voler riportare alla luce; ma Wind Gap è anche un posto pieno di violenza che cova sotto l’apparente calma e gentilezza delle persone. Nell’atmosfera della città si fondono le suggestioni tipiche del Southern Gothic e la decadenza del crime alla True Detective, ma Sharp Objects si posiziona da subito come un crime sui generis, in cui la detective non è tecnicamente una detective e più che alla risoluzione del crimine è interessata ad indagare gli effetti di quel crimine sui cittadini, forse anche su lei stessa.
L’indagine diventa così subito più intima che giornalistica, coinvolgendo in un doppio filone narrativo le forze dell’ordine e la famiglia stessa di Camille, che torna a vivere dalla madre anche se riluttante, seguendo un istinto di espiazione ma anche forse l’intuizione che il crimine sia strettamente legato alla vita della cittadina e alla sua vita personale. Ma è difficile, per ora, capire se e quanto il punto di vista di Camille influenzi il ritratto che la serie ci fornisce di Wind Gap, perché “Vanish” dissemina ovunque i segni del trauma della donna, accompagnando ogni momento con flashback della sua infanzia che la lasciano sconvolta e senza forze; è facile intuire almeno la natura di questi traumi, purtroppo consueti sia nella realtà di un mondo in cui le donne sono continuamente vittime di abuso, sia nella scrittura tipica del prestige drama, incline ad utilizzare la violenza sulle donne come facile espediente narrativo per infondere drammaticità e tensione nei propri protagonisti. La morte, lo stupro e la brutalità sono purtroppo comunissimi strumenti della scrittura televisiva dalla notte dei tempi, usati per innescare un cambiamento o dare solidità a un personaggio femminile, e da questo punto di vista Sharp Objects non fa eccezione.
Quel che non è comune, in Sharp Objects, è il modo in cui le conseguenze di questa violenza vengono messe in scena dal cast, capitanato da una Amy Adams in stato di grazia che offre forse la migliore interpretazione della sua vita. Affiancata da una sulfurea Patricia Clarkson nel ruolo della madre, dalla giovane Eliza Scanlen nel ruolo della sorella Adora e da Sophia Lillis (già straordinaria in IT) come Camille ragazzina, la Adams riesce a infondere nuance nuove ed efficaci a un personaggio – quello del detective/giornalista tormentato e alcolizzato – che superficialmente odorerebbe di cliché anche nella sua versione femminile.

Non è un caso che Sharp Objects sia stato scritto da una donna (è il romanzo d’esordio di Gillian “Gone Girl” Flynn) e anche adattato per lo schermo da una donna, Marti Noxon, che ha già scritto tra gli altri Unreal, Dietland e molti episodi di Buffy the Vampire Slayer.
In questa serie la female gaze è evidente ed esplicitata soprattutto grazie alla trattazione della violenza come espediente narrativo, ma utilizzato per descrivere un trauma che ha la potenza di plasmare la vita di una giovane donna; nonché per offrire ad Amy Adams la possibilità di creare un ritratto femminile di antieroina quarantenne, non sessualizzata ed estremamente sfaccettata. Sicuramente tutte ottime premesse per costruire uno show potente, che esplori le possibilità offerte dal prestige drama e dal genere crime da un nuovo punto di vista.
Voto: 8
