
Maniac debutta appunto su Netflix e riporta sul piccolo schermo Cary Fukunaga, a tre anni dalla fine della prima stagione di True Detective, per cui aveva firmato regia e produzione. Lo ritroviamo qui in parte anche come sceneggiatore assieme a Patrick Sormeville, già showrunner per The Leftovers; inoltre per completare il quadro il regista ha di nuovo a che fare con un cast molto importante, a partire dalla doppietta di attori protagonisti. Infatti sono Jonah Hill e soprattutto Emma Stone le ragioni principali della curiosità intorno alla serie, che già dal trailer prometteva ambientazione e tematica distopiche, oltre che co-protagonisti altrettanto prestigiosi, come Justin Theroux e Sally Field, che però non compaiono ancora in scena. “The Chosen One!” fa abbastanza bene quello che dovrebbe fare un pilot, cioè una presentazione esaustiva della narrazione, bilanciando tra elementi che lasciano la curiosità di andare avanti ma senza essere inutilmente enigmatici, concentrando le proprie forze sui due protagonisti, sul loro incontro e sul mondo in cui vivono.
Quella in cui si muovono Annie e Owen sembra una New York strana, che vanta una statua della extra libertà, vintage e contemporaneamente dal sapore giapponese, dominata dai dolly di Fukunaga sulle gigantesche scritte al neon (“EAT THE CHOSEN ONE!”) che si riflettono nel fiume, il tutto immerso in una sorta di atmosfera grigiastra che sembra spegnerne i colori ed enfatizzarne l’impersonalità, il disorientamento. Ed è anche quello che prova lo spettatore nei primi minuti dell’episodio, che si apre con una voce fuoricampo (quella di Justin Theroux) che racconta la nascita del mondo, il primo inevitabile accoppiamento che ha causato la creazione del genere umano. Se il modo di raccontare, fintamente casuale e pasticciato, pare ricordare il tipico narratore dei film di Wes Anderson, il resto della storia non riprende i toni del suo naif (ri)costruito, ma più una drammatizzazione di quella ingenuità, il disagio iper-realistico dell’essere diverso in mezzo a troppi umani simili tra loro – come si vedrà infatti nei componenti della famiglia di Owen.

Gran parte della presenza di Hill sullo schermo è giocata su primi piani impietosi, che ne sottolineano la vacuità dello sguardo per mettere un accento fortissimo sulla sua condizione mentale, che viene fuori sia a parole che in immagini, come a sottolineare a più riprese che è il terzo grande protagonista del racconto. Inutile dire che la pazzia sia uno degli argomenti più visti ed abusati del cinema e della televisione mondiale, dove il più delle volte se il protagonista è un uomo pazzo allora di solito o è un genio o è uno squilibrato (comunque a suo modo geniale), mentre se è una donna è un’isterica psicopatica. Ovviamente sono categorie da statistica pret-à-porter, che meriterebbero un approfondimento maggiore e per cui si potrebbero trovare delle eccezioni, ma, per citare direttamente Maniac, “the pattern is the pattern” . Il tentativo di questo pilot, ossessivo nel metterlo in mostra quasi quanto la strenua volontà di Owen nel combattere le proprie allucinazioni, è la voglia di stravolgere le regole e di riscrivere il sistema dal suo interno, provando a scambiare i ruoli invertendo il genere sessuale e attingendo a piene mani dal sistema distopico per eccellenza, per cui la pubblicità domina la nostra vita – o potrebbe diventarne la salvatrice?

Qual è il vero rapporto tra Owen ed Annie e chi è lei in realtà? C’è un mistero dietro l’allontanamento di Owen dalla famiglia? Cos’è davvero questo esperimento a cui partecipano i due protagonisti e cosa vuole rappresentare? Forse dai nomi spesi in apertura, le aspettative verso questa miniserie erano davvero tante e “The Chosen One!” non è un pilot privo di difetti, eppure porta a vedere il secondo episodio e così via, proprio perché al netto dei dettagli centra il punto, l’occhio e la curiosità del pubblico.
Voto: 7½

La primissima impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi di fronte ad un clone di Legion con sfumature Black (Mirror): non è una cosa negativa, però c’è l’effetto “sono arrivati secondi” che a me personalmente dispiace un po’…
Devo confessare che questo tipo di fiction mi procurano una crisi di rigetto. E non per il loro stile narrativo o per le interpretazioni degli attori, ma per il tipo di realtà che rappresentano, a cui alludono. Contesti impersonali, stranianti, basati sull’anonimato di massa e su relazioni disfunzionali. Ambienti percorsi da sentimenti ostili e di difesa del territorio, in cui il richiamo alla necessità dell’interconnessione pare un motivo formale che viene contraddetto dalle relazioni tra i personaggi. Il contesto urbano non è neanche distopico, pare segnato da una totale mancanza di senso, di vitalità, di energia. Contrariamente a “Legion”, che disponeva di soluzioni visive sfolgoranti e innovatrici, le sensazioni veicolate da “Maniac” appaiono mortifere, congelate. Ma tutto ciò forse è il prodotto di una mia personale sensibilità e quindi non è una valutazione critica nel senso tradizionale del termine…