
Il motivo per cui The Romanoffs è riuscita comunque a creare attesa all’interno della Peak TV è sicuramente il suo creatore: Matthew Weiner è una leggenda vivente tra gli autori televisivi grazie al successo di critica e pubblico di The Sopranos e Mad Men, che l’hanno reso uno degli storyteller più amati dal pubblico e più blasonati (ha vinto finora 9 Primetime Emmy). La reputazione di Weiner è anche probabilmente la motivazione per cui un anno fa, alla luce dello scandalo Weinstein, Amazon si è caricata del rischio di produrre la serie senza la TWC che originariamente ne aveva in carico la produzione esecutiva, e anche quella in base alla quale, poco più di un mese dopo, ha preso la decisione (in parte contraddittoria rispetto alla precedente) di continuarne la realizzazione nonostante le accuse di molestie a Weiner stesso da parte di Kater Gordon.
ATTENZIONE: a causa della particolare natura di questa serie antologica, la recensione, pur essendo di un pilot, sarà interamente senza spoiler solo nella prima parte. Ci sarà quindi una sezione spoiler dedicata all’analisi dell’episodio, opportunamente segnalata nel suo punto di inizio e di fine.
Di certo, alla luce di questo primo episodio, è difficile pensare che Amazon abbia deciso di prendersi questo rischio in ragione soltanto dell’intrinseco valore innovativo o qualitativo di The Romanoffs.
Prima di scendere nei dettagli, è doverosa una premessa: trattandosi di una serie antologica da otto episodi autoconclusivi – che narreranno storie di personaggi diversi accomunati dal fatto di essere o credersi discendenti della famiglia reale russa – il grosso del progetto non è ancora sotto i nostri occhi naturalmente, per cui ogni giudizio definitivo può arrivare soltanto tra qualche settimana. Nonostante questo il pilot di The Romanoffs, anche tenendo conto delle note posizioni di Weiner contro il binge watching, deve essere considerato comunque una dichiarazione d’intenti e un metro per giudicare il progetto, anche se non completo né esaustivo. E ciò che emerge dalla visione di “The Violet Hour” non riesce neppure lontanamente a giustificare l’hype, il budget e il sostegno di Amazon in questi anni: l’ottima qualità dei dialoghi, il cast attentamente selezionato (non solo Aaron Eckhart e Marthe Keller, ma anche l’esordiente Inès Melab), oltre al meraviglioso set naturale interno ed esterno di una Parigi da cartolina, non sono sufficienti a mascherare gli enormi difetti di un prodotto che sembra essere figlio di un salto temporale nella televisione di 5 anni fa.

Difficile però non giudicare ingenua e velleitaria questo tipo di operazione nel 2018, in un presente in cui la prestige tv è ormai diventata linguaggio consolidato e spesso cliché stilistico, e la sperimentazione dei formati (insieme al sovraffollamento produttivo) stanno portando a una generale consapevolezza che il formato televisivo lungo non equivale necessariamente ad una necessità narrativa, ma è più spesso una semplice dichiarazione di intenti della serie stessa per posizionarsi. Ed è qui la sostanziale ingenuità che si potrebbe intuire in The Romanoffs: l’idea che dilatare a un’ora e mezza la durata di ogni episodio possa automaticamente catturare l’attenzione dello spettatore o vestire la serie di un maggior prestigio, in assenza di un’idea abbastanza forte per sostenere questa durata (torneremo su questo più avanti).

Così come i suoi titoli, “The Violet Hour” usa belle immagini per raccontarci ciò che già sappiamo con il tono di qualcuno che si sente titolato a darci lezioni sul mondo, e palesa in maniera più che evidente il suo essere frutto di una scrittura certamente autoriale, ma in cui l’autorialità prende il sopravvento sull’opportunità e sull’utilità.
Questo primo episodio, cui probabilmente e sperabilmente ne seguiranno altri migliori, potrebbe essere portato ad esempio del problema storico del cinema e della tv con i suoi grandi Autori (la maiuscola non è casuale), che spesso ricevono una libertà creativa e un trattamento di favore che rischia di offuscarne la visione d’insieme, producendo episodi come questo o serie come Crisis in Six Scenes: prodotti in cui l’Autore ci impone la propria visione del mondo come se fosse una lettura imprescindibile del contemporaneo, senza rendersi conto che è proprio la sua posizione di privilegio a impedirgli di raccontare il contemporaneo in modo esaustivo.

Inizio della sezione spoiler
Dal momento in cui l’episodio cambia registro e passa da commedia brillante a favola, ogni piccolo accenno di tridimensionalità dei personaggi in pochi minuti soccombe alla necessità di far funzionare una seconda parte del plot che non soltanto è poco credibile – cosa in fin dei conti poco importante perché non siamo chiaramente nel regno del credibile, bensì in quello del divertissement – ma anche implausibile al proprio interno senza l’ausilio di personaggi totalmente plot-driven, la cui psicologia e coerenza sono costantemente messe in secondo piano rispetto alle esigenze di un racconto che sembra molto più interessato a portare a termine un grazioso arco narrativo che a interrogarsi sulla funzione di questo arco e sul suo reale interesse. Hajar passa così da persona tridimensionale a cliché narrativo totalmente passivo, da giovane donna intelligente a banale ingénue che non solo si innamora di Greg nel giro di un’unica serata passata insieme grazie uno scambio di banalità sul vivere a Parigi, ma che si pone al centro degli intrighi famigliari come cliché monodimensionale, che attraverso il proprio sacrificio (la rinuncia all’appartamento) conquista l’amore e un posto nella dinastia dei Romanoff.
Ma il trattamento peggiore, e quello più emblematico rispetto a questo problema, Weiner lo riserva alla fidanzata di Greg, Sophie; antagonista che esaurisce la sua funzione nel far sembrare meno disgustose la debolezza e l’opportunismo del compagno, Sophie è inizialmente oggetto di qualche piccolo e occasionale tentativo di dare nuance al suo ruolo di assetata di soldi egoista, che viene però presto abbandonato in nome della necessità di renderla così odiosa da rendere poi accettabile allo spettatore come lieto fine da favola il fatto che il 50enne Greg metta incinta una ragazza di 20 anni con cui ha parlato tre volte e che sostanzialmente ha manipolato per conservare la propria eredità. Anche se Hajar funziona come polo positivo e Sophie come polo negativo, entrambe rivestono nella seconda parte lo stesso ruolo narrativo: infondere senso al personaggio di Greg che resta definito essenzialmente dalla sua mancanza di carattere e dalla sua avidità, eppure è amato da entrambe senza nessun motivo apparente se non un generico fascino all-american e la capacità di corteggiare le donne.
Fine della sezione spoiler

Voto: 6

Più che una recensione, sembra un comizio di una esponente a caso del #metoo. Ne consegue una recensione per assolutamente non obbiettiva e che per metà non riguarda nemmeno l’episodio in questione. Bah.
Ciao, sono curiosa di sapere cosa della mia recensione non riguarda l’episodio: il senso del progetto nel panorama televisivo attuale? Il trattamento dei personaggi? I meccanismi narrativi che Utilizza? La coerenza tra il messaggio e come viene messo in scena?
Peraltro, è una recensione, non è obiettiva per definizione. Non avrei mai la presunzione di essere obiettiva, cosa peraltro impossibile, ma almeno argomento le mie opinioni, ti invito ad argomentare le tue.
la critica è di per sé un fatto soggettivo, il problema è quando non si fa una critica laica ma la si filtra con le lenti di un’ideologia come nel caso di questa pessima recensione (nello specifico una lunga supercazzola che gira intorno all’episodio senza mai andare a fuoco). Il bello è che c’erano millemila motivi per stroncare l’episodio ma sono stati scelti proprio i motivi sbagliati.
Tralasciando la puerilità del linguaggio, mi pare che ci confrontiamo su livelli intellettuali troppo diversi per discuterne, Daniela. Semplicemente, credere che non ci sia un messaggio ideologico già all’interno dell’episodio e quindi non sia necessario parlarne anche da questo punto di vista, è un concetto di un’ingenuità imbarazzante. Ho espresso nella mia recensione, e in maniera molto estesa, le ragioni per cui questo episodio è un 6 (a voler essere davvero, davvero, generosi), e basta solo andare e vedere gli altri episodi per capire che il discorso sulla serie è confermato pienamente dalla sua continuazione. Ma data la pochezza dei tuoi argomenti, non mi sembra neanche il caso di discuterne seriamente.