
A capo di questo progetto troviamo Kevin Williamson, autore americano che ha raggiunto la notorietà al cinema grazie alla sceneggiatura di Scream (1996, Wes Craven) e in televisione con la creazione di Dawson’s Creek, The Vampire Diaries e The Following. Se dal suo curriculum parziale può sembrare che questo individuo si tenga a distanza da un certo tipo di prodotti tipici dell’era della peak TV e sia invece più vicino all’ambiente del teen drama e del procedurale vecchio stampo, è effettivamente così. Eppure Tell Me A Story racconta una storia (scusate il gioco di parole) un po’ diversa: sin dall’inizio di questo primo capitolo, “Hope”, infatti, il tono è decisamente grave e il carico di dramma sembra voglia essere la colonna portante di uno show che si si pone obiettivi importanti, ben distanti dal genere di prodotti a cui Williamson aveva abituato. Non è facile, tuttavia, emergere nell’affollata giungla che è oggi l’universo seriale, e le buone intenzioni da sole potrebbero non essere abbastanza.
Ma di cosa parla Tell Me A Story? In primis non si tratta di un progetto originale ma è l’adattamento della serie messicana Érase una vez, andata in onda nella seconda metà del 2017. L’idea di fondo è quella di reinventare le storie classiche della letteratura per bambini calandole in un’ambientazione contemporanea con il fine di raccontare determinati aspetti della contemporaneità. La prima stagione sceglie di intrecciare Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel e I tre porcellini nella cornice della New York di oggi, con personaggi pienamente integrati e consapevoli del periodo storico che stanno vivendo, come ben dimostrano i dialoghi tra loro e il faccione di Trump che occupa costantemente gli schermi dei televisori. Tre storie, quindi, per il momento ben distinte, unite solo da alcuni piccoli elementi e dalla condivisione del setting.

A differenza di Once Upon A Time, e di molte delle altre reinterpretazioni delle fiabe di cui si è parlato, l’elemento soprannaturale o fantasy è qui totalmente assente. I personaggi non si identificano esattamente nelle loro controparti immaginarie, ma ne ricalcano solo vagamente i percorsi narrativi. È questo uno dei più grandi difetti di questo pilot – e ciò che mette quantomeno in dubbio tutta l’operazione – ovvero la scelta di citare continuamente in modo marcato le storie di riferimento, ammiccando allo spettatore con elementi scenografici o dialoghi che vengono innaturalmente storpiati al fine di far passare un messaggio. Per fare pochi esempi basti notare l’abbondanza della parola “wolf” usata nei confronti di Nick, le maschere dei ladri o, ovviamente, la nonna che consiglia a Kayla di uscire indossando un impermeabile rosso.

Tell Me A Story si perde, quindi, nell’oceano di pilot dimenticabili e privi di mordente: non c’è un guizzo originale in tutto l’episodio, i riferimenti alle favole sono centellinati e didascalici e i personaggi, con pochissime eccezioni, incarnano dei piatti stereotipi. In generale, è un progetto di cui si poteva benissimo fare a meno.
Voto: 5
