
Tuttavia, pur essendo in origine partoriti dalla stessa mente, Game Of Thrones e Nightflyers non potrebbero essere più diversi per ambientazione. Alle atmosfere del fantasy postmoderno del primo si pongono in netta antitesi quelle fantascientifiche del secondo: lo show in questione, infatti, deriva dalla lunghissima tradizione della horror space novel che ha nel concetto di nave-prigione uno dei suoi tropi più famosi e sfruttati.
La storia prende piede nel 2093; il pianeta Terra sta diventando inabitabile e l’unica speranza è guardare allo spazio. L’astrofisico Karl D’Branin, interpretato da Eoin Macken (Merlin), è alla guida di una spedizione scientifica sulla nave Nightflyer che ha l’obiettivo di stabilire un primo contatto con altre forme di vita, nell’ottica di scoprire nuove tecnologie energetiche. Insieme a lui l’equipaggio è composto dal misterioso ed elusivo capitano Roy Eris (David Ajala, Supergirl), dalla psicologa Agatha (Gretchen Mol, Seven Seconds), dallo xenobiologo Rowan (Angus Sampson, Fargo), dalla risoluta Melantha (Jodie Turner-Smith, The Last Ship) e da Lommie (Maya Eshet, Teen Wolf), capace di collegarsi alla nave e di comunicare con essa attraverso un neuro-impianto. A rendere meno sicura la traversata nel vuoto spaziale ci pensa il trasporto di Thale (Sam Strike), un L-1 – termine con cui vengono indicati i telepati – discriminato e temuto per i suoi poteri ma essenziale alla riuscita della missione.

Il vero problema del pilot – e apparentemente di tutta la serie – è una scrittura che si adagia sulla banalità delle situazioni che crea, non lasciando scampo all’incredibile prevedibilità di quello che accadrà dopo. Ad ogni jump scare ne seguirà un altro, in una consecutio che quando comincia ad essere predominante sul lavoro di world building – più o meno dalla metà dell’episodio – è snervante e fastidiosa. Paradossalmente potrebbe essere un lavoro ancora meno valido del già poco convincente Origin, serie di Youtube Red partita meno di un mese fa e basata sulla stessa idea di Nightflyers; in quel caso la narrazione lostiana, caratterizzata da un’alternanza tra il presente sull’astronave e i flashback relativi ai protagonisti, riesce perlomeno ad offrire un legame empatico con i personaggi, pur rimanendo ad un livello di intrattenimento davvero poco valido.

La valutazione del lato produttivo del progetto pone, invece, in evidenza un’ambiguità di fondo: da una parte c’è uno sforzo economico notevole, grazie al quale gli effetti speciali e il setting sono resi molto bene così come le scene d’azione; dall’altra il cast non è decisamente all’altezza. Pur mancando nomi altisonanti – la tendenza della televisione contemporanea avrebbe imposto un attore di grosso calibro, come ha fatto per esempio Hulu con The First – ci si aspettava sicuramente meglio dai protagonisti, seppure siano penalizzati da dialoghi poco ispirati e da una scrittura non brillante.
Premettendo che chi scrive non ha letto la storia a cui la serie si ispira – pur essendo estimatore del Martin scrittore – non è possibile fare un parallelo tra la versione letteraria e quella televisiva di Nightflyers, ma solo giudicare quanto Daniel Cerone, showrunner della serie, e Jeff Buhler, alla sceneggiatura di questo pilot, ci presentano. Al netto del primo dei dieci episodi di cui è composta la stagione – che andranno in onda quasi quotidianamente su SyFy nella prima metà di dicembre – la valutazione è, dunque, estremamente negativa. Nightflyers si pone sulla scia di quella produzione televisiva e cinematografica che, a partire dal grande successo di Alien del 1979 e dal consolidamento di una formula vincente, pensa di poter riprodurre in eterno le stesse dinamiche narrative, senza aggiungere nulla di nuovo al genere fantascientifico e tantomeno a quello horror.
Voto: 5
