Il Nome della Rosa – 1×07/08 Episodio 7 & 8


Il Nome della Rosa – 1x07/08 Episodio 7 & 8Nonostante l’opinione non esattamente benevola di Umberto Eco, il suo romanzo d’esordio è stato uno dei fenomeni letterari del postmodernismo, per la capacità di unire alla perfezione intrattenimento, thriller, sguardo sociale ed erudizione. Le vicende di Guglielmo da Baskerville, come solo le migliori opere riescono a fare, è in grado di parlare in modi diversi a lettori differenti, compiendo il miracolo di rendere il Medioevo estremamente interessante per il grande pubblico senza il bisogno di inserire draghi o Estranei (ma d’altronde, come resistere al fascino di una serie di omicidi che seguono i suggerimenti dell’Apocalisse?).

“Della commedia diremo più tardi”

Aristotele – Poetica

È chiaro che nel momento in cui si doveva preparare un adattamento televisivo, tanto più se già nel 1986 vi era stata una trasposizione in un buon film di successo, il rapporto con il testo rappresentava una sfida non di poco conto. Il materiale di partenza, proprio nella sua complessità e quasi assenza di azione, mal si presta, se preso alla lettera, ad una trasposizione troppo fedele. Riempire otto episodi (che sono troppi, ma ne parleremo a breve) senza aggiunte o aggiustamenti sarebbe stato assai complesso e forse anche piuttosto sterile. Sebbene la vicenda sia ambientata nel Medioevo, i richiami al mondo contemporaneo sono così evidenti che sarebbe stato un vero peccato ignorarli.

Il Nome della Rosa – 1x07/08 Episodio 7 & 8Questi ultimi due episodi concludono una stagione claudicante che proprio sul finale – ma troppo tardi – si riprende, grazie appunto ad una fonte originale, il testo di Eco, che funziona molto bene nei suoi rimandi e nei suoi incastri. Partiamo, dunque, proprio da questo: sebbene non ci si sia spinti al tradimento del finale com’era accaduto nel film di Annaud (che aveva compiuto un vero e proprio falso storico, facendo morire Bernardo Gui), anche qui le modifiche sono in effetti molte, sebbene non ledano affatto la comprensione della vicenda. La fuga della puella (sostituita nella sua morte da Anna) e la fine di Remigio funzionano bene in questa narrativa.

Ci sono due direttive che regolano questa serie (e il romanzo d’origine): la crescita di Adso da Melk e la parte investigativa. Lo Sherlock Holmes in salsa medievale alle prese con una serie di delitti si unisce allo studioso alla Umberto Eco il quale, affascinato e rapito dall’importanza dei libri e delle biblioteche, si divide tra indagini e nemici da tutte le parti; nemici, però, che vengono incarnati dall’inquisitore francese, stretto collaboratore del Papa (il papato era stato spostato ad Avignone), e intenzionato a far fallire come può i colloqui di pace tra francescani e tutti gli altri.  Il problema di Bernardo Gui non è solamente che è interpretato non benissimo da Rupert Everett, soprattutto in alcune espressioni quasi caricaturali, ma che troppe volte scade nella macchietta stereotipica del nemico a tutti i costi, il folle inquisitore cieco e represso. Anche se questo aspetto ha sicuramente la propria origine nei romanzi di Eco, qui la sceneggiatura sembra aumentarne ulteriormente il rilievo e l’importanza, rischiando però troppe volte di oscurare le possibilità narrative che rappresenta.

Si potrà dire: il vero protagonista è Adso da Melk e il suo bildungsroman. Guardando le vicende da quest’altro punto di vista, le cose certamente migliorano, soprattutto perché Damian Hardung risulta essere molto meno insipido di quanto inizialmente immaginato. La sua evoluzione e la sua storia d’amore, sebbene a tratti stucchevoli, funzionano proprio perché lo portano alle prese con un mondo a lui sconosciuto e da cui è terribilmente difficile tenersi alla larga. In questo senso, è lui il vero contraltare a Bernardo Gui, il quale è invece schiavo delle sue passioni che, non potendo sfogare naturalmente, convoglia in crudeltà e fanatismo.

Il Nome della Rosa – 1x07/08 Episodio 7 & 8Un aspetto senza dubbio molto potente del romanzo di Eco è la questione ideologica tra francescani e domenicani, la diatriba sulla povertà di Cristo. Si tratta della sezione più squisitamente accademica che Eco inserisce con abilità e che questa serie riproduce, sebbene in parte e mitigando alcuni passaggi. Parliamo di qualcosa di profondamente rilevante in quegli anni (si pensi alla posizione conciliante di Dante nel Paradiso, a simboleggiare che gli scontri tra i due ordini mendicanti erano molti e costanti), e a cui si unisce la cattività avignonese dei papi. Eppure, tutto questo viene poco sfruttato, e trova spazio solo in alcuni interstizi della narrazione. La scrittura televisiva non sa cosa farne, limitandosi allora a lasciarlo troppo in disparte.
Lo spazio enorme dato alla trama secondaria di Fra Dolcino e Margherita, sebbene riesca a collegare diversi personaggi, è senza dubbio la parte più debole della narrazione, un’aggiunta di cui onestamente non si comprende davvero il bisogno, ma che sembra quasi più rispondere ad un’ipocrita necessità di colmare il vuoto di personaggi femminili e dar vita a scene d’azione che possano aumentare il ritmo generale. Il problema è che sembra un’aggiunta posticcia, che fino al finale (appunto, inventato) di Anna che prende in ostaggio Bernardo non ha alcuna reale funzione in senso di trama. Se proprio si riteneva necessario espandere il passato dei personaggi conosciuti, molto meglio avrebbero fatto a raccontare il passato (anch’esso solo parzialmente inedito) di Guglielmo stesso, il quale per troppo tempo sembra essere uno spettatore delle vicende che accadono nell’abbazia. Perché ha egli rinunciato al suo ruolo di inquisitore, quali grandi segreti e traumi si tiene dentro? Spostare quasi l’intera attenzione su Remigio e Salvatore, creando tra l’altro il falso storico degli apostolici quali novelli Robin Hood italiani, indebolisce il focus sui personaggi principali, lasciando a John Turturro poco spazio; spazio che certo riconquista brillantemente nell’ultimo episodio, il più riuscito per la necessità di dover concludere tutte le trame, ma che ormai sembra arrivare troppo tardi.

Eppure, il difetto principale di questa serie è che si tratta di un prodotto troppo, troppo pulito. A partire dall’intensità della luce esterna, che si esalta particolarmente nelle scene interne, la serie gode di un ordine e di una pulizia formale così insistenti da diventare artificiali. La bella e seducente donna costretta a prostituirsi per sopravvivere diventa un’eterea bellezza il cui unico reato è quello di parlare in provenzale (intuizione davvero molto bella, bisogna dire), mentre la violenza è sempre assai moderata, forse per non incorrere in problemi censori sul primo canale RAI. L’impressione che ne rimane, però, è che nulla, nemmeno le torture dell’inquisitore, provochino né dolore né sofferenza alcuna; i luoghi godono di una costante precisione di scenografia, inaspettatamente il vero punto debole della serie. Di alcune scene in CGI, poi, soprattutto dell’incendio, non ne parliamo nemmeno.

Il Nome della Rosa – 1x07/08 Episodio 7 & 8Al netto dei numerosi difetti, dunque, che cosa rimane di questa serie? Restano alcuni momenti particolarmente ispirati, la cui fonte però è quasi sempre il romanzo originale di Umberto Eco: la biblioteca, ad esempio, o la costruzione di alcuni enigmi. Al livello attoriale, poi, con l’eccezione del già citato Everett (il cui problema però è circoscritto ad alcune scene), il livello è indubbiamente molto alto, e alcune debolezze narrative sono appunto compensate da attori in parte. Non c’è bisogno di entrare nella discussione tra chi abbia meglio vestito i panni di Guglielmo tra Sean Connery e John Turturro (ma d’altronde sono due personaggi praticamente diversi), ma certo è che quest’ultimo sia stato in grado di dominare la scena quando il materiale a sua disposizione lo meritava. Non convince purtroppo James Cosmo nei panni di Jorge, il vero villain della serie, il cui fanatismo oscurantista – diverso da quello di Bernardo ma non poi così distante – è la molla di tutti gli omicidi che accadono all’abbazia. La sua figura non si impone a sufficienza e dunque la rivelazione della sua colpevolezza – anche se ben orchestrata – non funziona davvero a dovere.

Il Nome della Rosa è, come il libro, un prodotto molto complesso che avrebbe necessitato di una guida più forte, un minor numero di episodi, e al tempo stesso qualche guizzo creativo in più. Inficiata dal desiderio di accontentare pubblici eterogenei, la serie non brilla in nessuno dei suoi obiettivi e si trascina avanti in un esercizio di sufficiente sforzo narrativo, ma mediocre realizzazione tecnica. La bellezza del romanzo di Umberto Eco è la sua atemporalità, senza per questo tradire il sostrato medievale su cui si fonda. La serie di Giacomo Battiato fa il suo compito in modo sufficiente, ma alcuni problemi complicano troppo una visione che non diventa mai davvero interessante, che non riesce a diventare indipendente né ad essere davvero fedele al romanzo d’origine. E quello che ne resta è un prodotto che rischia di essere rapidamente dimenticato.

Voto 1×07: 6
Voto 1×08: 7
Voto Serie: 5

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Informazioni su Mario Sassi

Un po' romano un po' napoletano, ha preparato la sua valigia di cartone e se n'è andato a Philadelphia, nella speranza di incrociare Rocky alle prese con un nuovo allenamento. Tra letteratura, cinema e serie TV si domanda ancora come faccia a trovare tempo per respirare.

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