
“Della commedia diremo più tardi”
Aristotele – Poetica
È chiaro che nel momento in cui si doveva preparare un adattamento televisivo, tanto più se già nel 1986 vi era stata una trasposizione in un buon film di successo, il rapporto con il testo rappresentava una sfida non di poco conto. Il materiale di partenza, proprio nella sua complessità e quasi assenza di azione, mal si presta, se preso alla lettera, ad una trasposizione troppo fedele. Riempire otto episodi (che sono troppi, ma ne parleremo a breve) senza aggiunte o aggiustamenti sarebbe stato assai complesso e forse anche piuttosto sterile. Sebbene la vicenda sia ambientata nel Medioevo, i richiami al mondo contemporaneo sono così evidenti che sarebbe stato un vero peccato ignorarli.

Ci sono due direttive che regolano questa serie (e il romanzo d’origine): la crescita di Adso da Melk e la parte investigativa. Lo Sherlock Holmes in salsa medievale alle prese con una serie di delitti si unisce allo studioso alla Umberto Eco il quale, affascinato e rapito dall’importanza dei libri e delle biblioteche, si divide tra indagini e nemici da tutte le parti; nemici, però, che vengono incarnati dall’inquisitore francese, stretto collaboratore del Papa (il papato era stato spostato ad Avignone), e intenzionato a far fallire come può i colloqui di pace tra francescani e tutti gli altri. Il problema di Bernardo Gui non è solamente che è interpretato non benissimo da Rupert Everett, soprattutto in alcune espressioni quasi caricaturali, ma che troppe volte scade nella macchietta stereotipica del nemico a tutti i costi, il folle inquisitore cieco e represso. Anche se questo aspetto ha sicuramente la propria origine nei romanzi di Eco, qui la sceneggiatura sembra aumentarne ulteriormente il rilievo e l’importanza, rischiando però troppe volte di oscurare le possibilità narrative che rappresenta.
Si potrà dire: il vero protagonista è Adso da Melk e il suo bildungsroman. Guardando le vicende da quest’altro punto di vista, le cose certamente migliorano, soprattutto perché Damian Hardung risulta essere molto meno insipido di quanto inizialmente immaginato. La sua evoluzione e la sua storia d’amore, sebbene a tratti stucchevoli, funzionano proprio perché lo portano alle prese con un mondo a lui sconosciuto e da cui è terribilmente difficile tenersi alla larga. In questo senso, è lui il vero contraltare a Bernardo Gui, il quale è invece schiavo delle sue passioni che, non potendo sfogare naturalmente, convoglia in crudeltà e fanatismo.

Lo spazio enorme dato alla trama secondaria di Fra Dolcino e Margherita, sebbene riesca a collegare diversi personaggi, è senza dubbio la parte più debole della narrazione, un’aggiunta di cui onestamente non si comprende davvero il bisogno, ma che sembra quasi più rispondere ad un’ipocrita necessità di colmare il vuoto di personaggi femminili e dar vita a scene d’azione che possano aumentare il ritmo generale. Il problema è che sembra un’aggiunta posticcia, che fino al finale (appunto, inventato) di Anna che prende in ostaggio Bernardo non ha alcuna reale funzione in senso di trama. Se proprio si riteneva necessario espandere il passato dei personaggi conosciuti, molto meglio avrebbero fatto a raccontare il passato (anch’esso solo parzialmente inedito) di Guglielmo stesso, il quale per troppo tempo sembra essere uno spettatore delle vicende che accadono nell’abbazia. Perché ha egli rinunciato al suo ruolo di inquisitore, quali grandi segreti e traumi si tiene dentro? Spostare quasi l’intera attenzione su Remigio e Salvatore, creando tra l’altro il falso storico degli apostolici quali novelli Robin Hood italiani, indebolisce il focus sui personaggi principali, lasciando a John Turturro poco spazio; spazio che certo riconquista brillantemente nell’ultimo episodio, il più riuscito per la necessità di dover concludere tutte le trame, ma che ormai sembra arrivare troppo tardi.
Eppure, il difetto principale di questa serie è che si tratta di un prodotto troppo, troppo pulito. A partire dall’intensità della luce esterna, che si esalta particolarmente nelle scene interne, la serie gode di un ordine e di una pulizia formale così insistenti da diventare artificiali. La bella e seducente donna costretta a prostituirsi per sopravvivere diventa un’eterea bellezza il cui unico reato è quello di parlare in provenzale (intuizione davvero molto bella, bisogna dire), mentre la violenza è sempre assai moderata, forse per non incorrere in problemi censori sul primo canale RAI. L’impressione che ne rimane, però, è che nulla, nemmeno le torture dell’inquisitore, provochino né dolore né sofferenza alcuna; i luoghi godono di una costante precisione di scenografia, inaspettatamente il vero punto debole della serie. Di alcune scene in CGI, poi, soprattutto dell’incendio, non ne parliamo nemmeno.

Il Nome della Rosa è, come il libro, un prodotto molto complesso che avrebbe necessitato di una guida più forte, un minor numero di episodi, e al tempo stesso qualche guizzo creativo in più. Inficiata dal desiderio di accontentare pubblici eterogenei, la serie non brilla in nessuno dei suoi obiettivi e si trascina avanti in un esercizio di sufficiente sforzo narrativo, ma mediocre realizzazione tecnica. La bellezza del romanzo di Umberto Eco è la sua atemporalità, senza per questo tradire il sostrato medievale su cui si fonda. La serie di Giacomo Battiato fa il suo compito in modo sufficiente, ma alcuni problemi complicano troppo una visione che non diventa mai davvero interessante, che non riesce a diventare indipendente né ad essere davvero fedele al romanzo d’origine. E quello che ne resta è un prodotto che rischia di essere rapidamente dimenticato.
Voto 1×07: 6
Voto 1×08: 7
Voto Serie: 5
