
Come se questo non bastasse ad accendere l’interesse degli spettatori, la presenza di un certo David Fincher a capo dello show, affiancato da Tim Miller (regista di Deadpool e fondatore dell’azienda Blur Studio) ha contribuito ad innalzare le aspettative alle stelle. Quello di Love, Death & Robots è, infatti, un esperimento molto affascinante: la creazione (in chiave fantascientifica) di episodi antologici di brevissima durata apre le porte a numerosissime possibilità estetiche e narrative che avrebbero potuto permettere la messa in scena di soluzioni davvero originali e innovative ma che, alla luce del risultato complessivo dello show, non sembrano essere state sfruttate nel migliore dei modi, lasciandoci con un po’ di amaro in bocca per esserci trovati di fronte a un prodotto certamente valido, ma anche incapace di coinvolgere e, soprattutto, di innovare come invece aveva promesso di fare. Ma andiamo con ordine.

La sensazione che si prova alla visione di Love, Death & Robots è quella di trovarsi dinanzi a una sorta di buffet di generi e di storie fantascientifici che riesce a incontrare i gusti di un gran numero di spettatori senza però mai riuscire a soddisfare del tutto le aspettative. Il motivo per cui si incontra questa sensazione di incompiutezza non è da ricercare tanto nella costruzione tecnica dello show – che presenta, anzi, picchi molto alti in tal senso –, ma è da ricercare soprattutto in una costruzione narrativa superficiale e spesso pigra. Le narrazioni dello show non offrono nulla di davvero innovativo al genere fantascientifico, anzi: in quasi ogni episodio c’è un che di “già visto” altrove e l’intero show alla fine sembra risultare lo stadio prototipale di un esperimento promettente, ma ancora non giunto ai suoi migliori risultati. È impossibile non tenere conto del minutaggio limitatissimo dello show che, se ben si presta alla messa in scena della dinamica alternanza di stili d’animazione diversi, si rivela anche un’arma a doppio taglio in campo narrativo, offrendo ovviamente ben poco spazio all’esplorazione dei contenuti e dei mondi messi in scena. La bellezza estetica e la maestria tecnica con la quale sono stati realizzati molti episodi non riescono mai a colpire fino in fondo, relegando molte puntate in una sorta di dimensione asettica che, nel prevalere della forma sui contenuti, non riesce a lasciare nulla di davvero significativo allo spettatore.

A tal proposito, è impossibile non tenere in conto dell’abbondante dose di nudità, sesso e violenza gratuiti presenti nello show, problematici non tanto per la loro presenza (che di per sé non sarebbe un difetto), ma per il fatto di essere utilizzati in maniera davvero fin troppo generosa, togliendo così minuti e secondi preziosi ad episodi dalle tempistiche già molto limitate. Impossibile, oltretutto, ignorare che nudità e violenza sono declinati in una chiave quasi sempre sessista (sono davvero pochissime le puntate in cui i personaggi femminili possono definirsi soggetti e non soltanto corpi da violare in ogni modo possibile) e proposta in maniera così ossessiva da risultare quasi uno dei leitmotiv dello show. Sono problematiche, queste, che non possono non deludere gli spettatori che si aspettavano qualcosa di più originale da uno show prodotto da David Fincher.
Nonostante ciò, Love, Death & Robots non può essere assolutamente descritto come un prodotto privo di qualità, anzi: senza alcun dubbio, gli universi intriganti rappresentati dalla serie intrattengono, stupiscono, spaventano o divertono a seconda dei casi e offrono una varietà di stili e di rappresentazioni difficile da trovare altrove. Questa prima stagione sembra, dunque, un esperimento non sempre riuscito ma che, tramite alcuni episodi che si sono positivamente distinti dagli altri, è riuscito forse a tracciare l’inizio di un percorso davvero stimolante per la fantascienza e per la serialità in generale: episodi come “Three Robots”, “Fish Night” e, soprattutto, “Zima Blue”, sono riusciti a colpire (e non solo per la bellezza delle animazioni) nonostante i pochi minuti a disposizione, dipingendo piccoli mondi e piccole storie in grado di stupire per la loro creatività, ma anche per essere stati capaci di raccontare una vera e propria esperienza capace di trascendere i semplici eventi rappresentati, e di riuscire ad impressionare gli spettatori – nel senso proprio di “imprimere”, lasciare un segno – attraverso dei racconti forse meno spettacolari nella loro forma, ma sottili nella loro creatività e nel loro umorismo, intelligenti nella loro messa in scena.

Le aspettative deluse, però, non possono dipingere la serie come una scommessa del tutto persa: sono molti, infatti, i momenti e gli spunti positivi e creativi di un prodotto che non è stato capace di brillare, certo, ma è stato comunque capace di imporsi in maniera valida nel panorama delle serie Tv e che, si spera, in futuro sarà forse capace di imparare dai propri errori e di sfruttare al meglio tutte le potenzialità che presenta, ritrovando un nuovo equilibrio fra la forma e i contenuti delle sue storie.
Voto: 6/7
