
Sulla scia della fama del prodotto originale, Jordan Peele accoglie adesso la sfida di riportare The Twilight Zone nuovamente sui nostri schermi, assumendosi il difficile compito di riconquistare quella peculiare dimensione che ha reso celebre la serie originale e, al tempo stesso, adattandola ai tempi e alle dinamiche moderne. L’esperimento in sé è molto affascinante, nonostante il pericolo di poter incappare in una rappresentazione sbiadita dello show messo in onda sessant’anni fa. Ma la particolare natura della serie – che, oltre ad essere antologica, si presta a delle dinamiche surreali e sovrannaturali capaci di aprire la strada a un grandissimo numero di possibilità narrative e visive – trova proprio nel concetto di “twilight zone” la chiave per riuscire a re-inventarsi e per rinnovare le sue caratteristiche. Ma cos’è questa twilight zone?
Si tratta di una sorta di regione o, meglio, di dimensione di mezzo in cui si fa labile il confine fra il reale e l’irreale, in cui i limiti cessano di esistere e la logica cede il passo all’immaginazione; un posto sospeso “tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere” dove, insomma, l’impossibile può diventare possibile attraverso le dinamiche più imprevedibili. Nonostante la serie originale di Serling sia spesso ricordata per i suoi elementi fantascientifici, il suo creatore è stato in grado di declinare il concetto di twilight zone in più soluzioni che, spesso e volentieri, utilizzavano l’elemento sovrannaturale per gettare uno sguardo e una riflessione critica sugli argomenti politici e sociali dell’epoca (si pensi, ad esempio, alle conseguenze della Guerra Fredda, all’insorgere di un capitalismo sempre più insistente e alla questione razziale), ma non solo: quella che, a una prima occhiata, potrebbe sembrare soltanto una zona in cui è possibile scorgere il sovrannaturale, si traduce spesso nella rappresentazione di una dimensione squisitamente umana. I due episodi che hanno iniziato il nuovo e moderno percorso di The Twilight Zone sembrano infatti indicare che Jordan Peele abbia tutta l’intenzione di indagare questa particolare ramificazione della serie.

“The Comedian” lo fa attraverso la vita e la carriera di un comico, Samir, (interpretato da un validissimo Kumail Nanjiani) che fatica a farsi apprezzare dal pubblico e che, grazie alle possibilità aperte dall’incontro con la twilight zone, scoprirà il segreto per divertire gli spettatori e per far decollare finalmente la sua carriera. Ovviamente, tutto questo avrà un prezzo molto caro da pagare e l’ambizione di Samir sarà messa a dura prova da un patto quasi faustiano che, ben presto, darà all’episodio un’intensa carica tragica che si rivelerà essere l’elemento più affascinante e riuscito della premiere. Anche “Nightmare at 30,000 Feet” gioca sulle paure e sulle paranoie del suo protagonista Justin (interpretato da Adam Scott), alle prese con l’ascolto di un misterioso podcast che racconta nei minimi dettagli in che modo l’aereo su cui si trova Justin sparirà a breve da tutti i radar. L’uomo dovrà quindi decidere in pochissimo tempo se fidarsi o no del podcast, decidendo se ascoltare la razionalità oppure gettarsi fra le braccia dell’ignoto.
La struttura narrativa degli episodi è in entrambi i casi ben costruita: si ha tutta l’impressione che il nuovo esperimento di Jordan Peele miri a donare al suo prodotto uno spessore che evita alla serie di diventare una blanda imitazione del passato. Questo non solo perché la sceneggiatura delle puntate appare per ora abbastanza solida e capace di intrattenere, ma anche perché è ben presente quel carattere tragico e introspettivo di cui si parlava prima, capace di donare agli episodi una notevole carica drammatica.
Anche la regia concorre alla creazione di queste atmosfere peculiari: se, generalmente, la parte iniziale degli episodi colpisce e incuriosisce nel mettere in scena le modalità d’azione surreali della twilight zone, il resto è dedicato alle ripercussioni soprattutto psicologiche di quest’ultima sui nostri protagonisti, accentuate dalla scelta (presente in entrambi gli episodi) di soffermarsi più volte sul primo piano degli attori per permettere una lettura quanto più empatica possibile delle loro emozioni e dei loro pensieri. Grazie ad espedienti simili, la twilight zone si rivela tragica proprio perché, oltre ad essere un elemento sovrannaturale, si traduce spesso e volentieri in una dimensione alienante per i personaggi. Nella twilight zone questi ultimi hanno forse più potere e più possibilità nelle loro mani (non a caso, in “The Comedian” Samir sembra acquisire proprio una sorta di macabro super-potere), ma l’entrata stessa in questa dimensione li condanna a una situazione di irriducibile solitudine, ed è proprio quest’aspetto a risultare il più promettente in vista dei prossimi episodi.

In definitiva, l’avvio di The Twilight Zone, nonostante la presenza di qualche difetto, può dirsi più che positivo: Jordan Peele è riuscito a mettere in scena due episodi solidi e ben costruiti che non solo riescono a coinvolgere gli spettatori, ma mantengono vivo lo spirito della serie originale nell’evidente (ma forse non spinto abbastanza) tentativo di declinarlo attraverso le ambientazioni e le tematiche del contemporaneo. Il resto delle puntate saprà dirci presto se questo revival sarà in grado di reggere il confronto con la grande eredità lasciataci dal prodotto originale. Per adesso, il quadro sembra promettente.
Voto 1×01: 7
Voto 1×02: 7
