
Girato sotto forma di mockumentary, What We Do In The Shadows segue la vita notturna quotidiana di tre vampiri classici, Nandor (Kayvan Novak), Laszlo (Matt Berry) e Nadja (Nastasia Demetriou), del vampiro psichico Colin (Mark Proksch) e del famiglio di Nandor Guillermo (Harvey Guillen), da dieci anni amico e servitore nella speranza di essere trasformato a sua volta in vampiro.
Alternando nel formato le scene in presa diretta e le videoconfessioni torrentizie dei protagonisti la trama prende il via con l’annuncio della visita del Barone, un antico vampiro europeo giunto a Staten Island per dare nuova linfa alla missione di conquista e predominio dei territori americani da parte della genia vampira.
Ad affiancare una trama orizzontale per ora appena accennata si staglia il contrasto assurdo tra l’elemento soprannaturale e l’estrema quotidianità che permea l’esistenza dei protagonisti, coinvolti in una sorta di coinquilinaggio studentesco. La struttura vignettistica delle singole scene offre agli spettatori un punto di vista sulla surreale monotonia di un’esistenza immortale, dando vita ad un episodio in cui i trenta minuti scorrono veloci e divertenti. Veniamo subito a conoscenza di come la missione di conquista del Nuovo Mondo, inaugurata secoli prima, si sia arenata di fronte alla convivenza all’interno della casa, da dove i vampiri hanno imparato a riempire le proprie esistenze di futilità, perdendo di vista gli obiettivi originali e disconnettendosi man mano dalla realtà.

In maniera quasi inattesa per un’idea che pare trarre linfa più dalla sua estemporaneità ed efficacia che dalla possibilità di essere riproposta nel tempo, il pilot di What We Do In The Shadows sembra funzionare addirittura meglio rispetto al film originale. L’espansione dei confini, del parco dei personaggi – il vampiro psichico Colin, in grado di risucchiare l’energia vitale dalle persone infastidendole o coinvolgendole in conversazioni spossanti e tediose, è una nuova aggiunta – e della mitologia e la presenza di espedienti visivi come l’utilizzo di illustrazioni artistiche per raccontare le storie dei protagonisti forniscono ampio respiro, promettendo dieci episodi frizzanti e leggeri, in grado di intrattenere non solo una nicchia di appassionati ma un pubblico molto ampio.
Proprio il molto tempo a disposizione potrebbe rivelarsi il pedale del freno di What We Do In The Shadows. La forza dell’idea potrebbe smarrirsi nella sua applicazione, nella ripetizione delle stesse dinamiche. L’esistenza di una trama orizzontale sembra scongiurare questo rischio, impedendo allo show di incartapecorirsi su se stesso, ma saranno i prossimi episodi (quattro quelli ricevuti in anteprima da una critica particolarmente entusiasta) a dare il responso definitivo.
Il pilot di What We Do In The Shadows è un episodio decisamente godibile, divertente a più riprese, in grado di dare vitalità ad un formato, quello del mockumentary, che non ha più molto di innovativo. Il suo punto di forza sta proprio nella creatività e nella capacità esternata a più riprese di creare un universo – quello dei vampiri – in cui alle premesse sovrannaturali si sovrappongono l’assurdità e il disagio della quotidianità. Lo show di Waititi e Clement era atteso con una certa trepidazione da chiunque avesse visto il film e, per ora, si rivela essere un prodotto valido, meritevole delle ore necessarie alla visione.
Voto: 8

Solo la presenza di Matt Berry vale la visione