
Prendere un marchio già stabilito per espanderne la mitologia e arricchirla non è un’operazione semplice, un ostacolo che, per la serie, si aggiunge alle aspettative altissime visto lo stato di film culto raggiunto dall’opera del 2014. In tutta risposta, What We Do in the Shadows non si fa intimorire e riesce perfettamente in ogni intento, dando maggiore profondità all’universo creato da Taika Waititi e Jemaine Clement, e puntando su nuove aggiunte che, dopo il tipico rodaggio di un paio di puntate necessarie per porre le basi, crescono e si differenziano dalle loro controparti neozelandesi.

Perfino nel caso di Guillermo, il familiare di Nandor perennemente messo in disparte e mai assecondato nel suo desiderio di diventare vampiro, viene costruito un percorso degno di nota. Vediamo infatti una dinamica nuova in cui un archetipo che tendenzialmente viene relegato a posizioni secondarie si scopre erede dell’ammazzavampiri per eccellenza, Van Helsing, cosa che apre le porte per una serie di conflitti potenzialmente imperdibile nella seconda stagione. Simile a quello di Guillermo è anche il percorso di Jenna, l’allieva di Nadja che, dopo una vita passata a essere invisibile agli occhi di buona parte della gente, nel periodo di formazione vampiresca scopre che il suo potere speciale è proprio l’invisibilità, un modo ingegnoso e forte per ribaltare quello che per lunghi anni è stato il tallone d’Achille per il suo personaggio e che ora è un elemento di vanto.

È lodevole come in una comedy il livello qualitativo tecnico sia così alto e spesso superi produzioni con budget nettamente superiori, a dimostrazione del fatto che gli effetti visivi non sono per forza un nemico quando usati con intelligenza: è chiaro che il connubio tra VFX e Nuova Zelanda sia diventato ormai un sinonimo di grandissima qualità degli effetti visivi. Merita anche una menzione speciale il dipartimento di trucco e parrucco, chiamato in causa per portare in luce tutto l’horror tipico dei racconti vampireschi, un lavoro notevole che mostra tutte le sue qualità soprattutto nella realizzazione del Barone, interpretato dal grandissimo Doug Jones, ormai una presenza costante sotto i costumi prostetici.
Il mockumentary, un genere che sembrava aver dato tutto dopo i picchi raggiunti con The Office e Parks and Recreations, con American Vandal,Documentary Now, e What We Do in the Shadows sta vivendo una seconda giovinezza. La prima stagione della serie si può dunque definire un successo, un piccolo gioiello che non avrà lo stesso impatto di altri prodotti FX, ma che riesce comunque a farsi strada in un clima televisivo molto competitivo, dando prova di avere le carte in regola per seguire le orme del film e diventare una serie di culto. Fortunatamente è già stato annunciato il rinnovo, ma se vi sentite in astinenza, potete recuperare la serie neozelandese del 2018 Wellington Paranormal, primo vero spinoff di What We Do in the Shadows .
Voto: 8 ½

Super-d’accordo: What We Do In The Shadows (visto al cinema con enorme divertimento) era uno di quei film preziosi che finiva lasciandoti la voglia di vederne ancora ancora e ancora. Una serie, in pratica… ed eccola qua!!! Miglior ripescaggio dell’anno a mani basse.
PS ancora non ho capito perchè la gente che segue American Vandal non s’annoi a morte. Ho visto tutta la prima stagione con enorme inc@zzatura, perchè su consiglio vostro e di Serialmins, cioè gli unici due blog “seriali” di cui mi fidi davvero. Da allora vi leggo guardingo. Magari dipende dal fatto che non posseggo una tv da vent’anni e non colgo parte dell’ironia??? Boh. Io c’ho visto una-idea-una. Ciao!
Ciao, Davinelulinvega. American Vandal è una serie che ho apprezzato molto. Il mockumentary è uno dei miei generi preferiti, e declinare il true crime in un contesto scolastico per me è stata una trovata geniale. Non so se hai visto la seconda stagione, ma prova a darle una chance. Poi ci sta che non ti piaccia indipendentemente dalla tua opinione su What We Do in the Shadows.
Il mio problema è che American Vandal non si rifà al documentario, ma al reality. The Office è tra le serie della mia vita e adoro tanti suoi figlioletti (tra cui WWDITS, film incluso) ma AV è una specie di parodia filologica di certi programmi trash televisivi, ed è talmente “diversa” che mockumentary non credo sia nemmeno più la definizione corretta, tecnicamente parlando. Di certo è un esperimento coraggioso e capisco possa interessare, ma non c’è traccia dei ritmi comedy ne’ degli attori strepitosi che hanno fatto la fortuna di tutti ‘sti “mockumentary”. A me è sembrato quasi di guardare un found-footage… comico?… vedi, serve una nuova definizione 😀
Ciao!